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Incontro con Calluna vulgaris: il volto di Heather (Irene Valeriani) - Fiori per l'anima

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Incontro con Calluna vulgaris: il volto di Heather (Irene Valeriani)

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Ognuno di noi ha il suo viaggio.  
Fino a qualche anno fa ero convinta che il viaggio della mia vita fosse stato quello fatto con quattro dracme in tasca, zaino in spalla e pollice alzato, nello splendore dei miei 20 anni mano nella mano di un mio caro amico nel cuore della Grecia Antica.
Invece la vita mi riservava un altro viaggio speciale. Un viaggio che mi ha condotta come in un pellegrinaggio dentro la vita delle piante.
 
Tutto ebbe inizio in un tardo pomeriggio d'agosto di 14 anni fa: mi ero recata con la mia famiglia, da appena due mesi allietata dalla nascita di Emmaluna, al Parco delle Cascine.
Percorrevamo tranquilli uno dei tanti viottoli, quando, tutt'a un tratto, in fondo al prato, un'immensa quercia ha un crollo parziale e mezzo albero stramazza a terra.
Uno schianto pauroso, cupo e prolungato, di scricchiolio di legno secco, quasi polveroso di una morte presente da tempo si è fuso al pigolare sgomento di uccellini e uccellini che prendevano il volo abbandonando per sempre i loro nidi, confondendosi al frullio di foglie e polvere che il tonfo aveva sollevato facendo tremare la terra; tutto ha echeggiato in un silenzio incredulo, attonito.
Ho avuto lo slancio di avvicinarmi, perché non avevo mai visto cadere un albero e soprattutto non l'avevo mai sentito. Avevo però il timore che anche l'altra metà crollasse e mi sono tenuta a distanza di sicurezza. Scricchiolii di assestamento continuavano profondi e si potevano percepire anche a relativa distanza. L'albero sembrava davvero morto da tempo.
Eppure la pianta conservava ancora il suo bel verde, turgido e rigoglioso su ogni suo ramo, anche su quelli facenti parte della porzione caduta al suolo, ostentando una vitalità che non era più nella sua linfa.
 
A quel punto, dopo il mio incontro rocambolesco con la vecchia quercia che crollava da verde, ogni spiegazione accademica del rimedio Oak mi sarebbe parsa imprecisa!
Lo studio che ho portato avanti mi ha costretta a verificare se il comportamento di quell'albero delle Cascine è comune nel mondo di Quercus robur.
E poi a seguire ho cercato in ogni essenza dei fiori di Bach un riscontro tra il suo stile di vita e il rimedio che da essa si ricava.  
 
Ho scelto tra le trentasei piante dei fiori di Bach di presentare Calluna vulgaris.
 
E' l'unica e sola specie del genere Calluna. Come suggerisce il nome volgare, brugo, è tipica delle brughiere, ed è presente soprattutto sui terreni silicei delle regioni sub-montane, svelando quasi sempre magrezza e povertà di terreno. Ha la caratteristica di acidificare parecchio il suolo, tanto che il terriccio di brugo viene commercializzato per il rinvaso delle piante acidofile come azalee e rododendri, ericacee anch'esse, ma anche camelie. E' specie molto aggressiva: nel suo propagarsi rapido provoca un grave danno alle altre piante, poiché sottrae loro spazio vitale e acidifica pesantemente il suolo su cui dovrebbero crescere. 'Personalizza' la terra che la ospita fino a monopolizzarla, rivelando così una scarsa attenzione ai bisogni degli altri, che passa attraverso una forma di eccesso di ego e di mancanza di rispetto.



 


Un sicuro punto caratteristico risiede nelle radici primarie (responsabilità verso la propria esistenza). Esse sono forti, dure, nodose, micorizzate. La micorizzazione delle radici è un fenomeno per cui la funzionalità dell'apparto radicale risulta attivo ed efficiente solo in presenza di un fungo simbionte. L'esigenza irrinunciabile di creare una simbiosi con il fungo denota che vi è il costante cercare la presenza dell'altro per la propria affermazione.
Insomma, senza il fungo morirebbe e dunque lei proprio non può vivere sola!
Le radici secondarie (bisogno istintivo di relazione) sono aggrovigliate su sé stesse e tendono a invadere lo spazio delle poche 'vicine di suolo', denotando così un grande bisogno istintivo di relazione che sfocia nel dichiarare la propria presenza rischiando di rendersi inopportuni.
L'aspetto della pianta è cespuglioso e talvolta strisciante, con fusto legnoso, tenace, glabro, molto ramificato e fittamente intrecciato, per cui a volte la copertura del terreno circostante da parte della pianta è compatta e densa.

 L'estremità dei rami (razionalità) è invece sottile, ordinata e guarda verso l'alto con fare attento ed elegante. I giovani rami hanno striature rosse (secondo le mie osservazioni la pigmentazione rossa denota che la pianta tende a stressare o abusare energeticamente di quella parte di se) e questo denota che la pianta abusa delle energie mentali, soprattutto quelle tese a esprimersi all'esterno. Questi rami restano teneri, come 'infantili' per tutta la stagione vegetativa. Quasi a raccontare che la parte 'antica' della sua struttura mentale è assai meno lineare e morbida di come poi la pianta si pone effettivamente all'osservatore che le passeggia vicino. Le foglie (affettività) sono perenni, aghiformi, opposte e alterne a coppie, densamente embricate in quattro file
longitudinali. Sono sessili, prive di stipole. Sono dunque di una semplicità estrema, quasi stilizzata.


 
Sembra che la modalità affettiva di Calluna vulgaris sia priva di slanci fantasiosi. Risulta anzi prevedibile. L'affettività origina dal pensiero, da un lato senza complesso alcuno è vero, ma dall'altro senza reale passione o slancio particolare: se si osserva un piccolo ramo su cui si dispongono le foglie, si fa fatica a distinguere il confine tra foglia e ramo.
Sembra quasi che le foglie siano delle formazioni simili a strani parallelepipedi squamosi che si elevano eretti dai rami. E invece sono proprio foglioline piccine piccine che si sovrappongono come squame di pesce!
L'affettività resta modesta, poco diversificata nell'esposizione, essenziale, logica, ripetuta quasi in serie infinite volte, atta a nascondere la profonda natura razionale che si cela dietro di essa.
Insomma sembra che Calluna vulgaris tenda a fraintendere e sovrapporre la sfera affettiva a quella razionale senza riuscire a trovare un confine chiaro e definito: ama attraverso la ragione, pensa attraverso l'affettività, confondendo le due funzioni, senza saper usare idoneamente nessuna delle due.
 
L'infiorescenza è un racemo apicale unilaterale: i fiori sono tutti rivolti dallo stesso lato.
Sono bellissimi e numerosi. Una distesa di Calluna vulgaris in fiore toglie letteralmente il fiato!
Sempre in posizione apicale insieme ai fiori sono presenti alcune foglie simili a brattee.
La spiga fiorale è lunga dai 20 ai 30 centimetri. I fiori sono solitamente color viola o malva, ma anche rosei, più raramente bianchi e un po' penduli. Se la foglia è sessile, non lo è il fiore il quale, ermafrodita, ricorre a qualunque metodo pur di essere fecondato.
Nel primo periodo della fioritura si comporta da anemofilo, e dunque affida al vento il suo seme fecondante. Racconta di essere allora una pianta che sa avere fiducia (rapporto con l'aria), e capacità di scambio poi, però cambia metro e diventa entomofilo. Le api sono tra gli amanti animali prediletti in questa sua nuova fase amorosa, tanto che i laboriosi insetti producono dal suo nettare un superbo miele, profumatissimo e pregiato. Incolmabile di attenzioni, inaugura allora un nuovo modo per essere impollinata e si rende attraente anche per le farfalle, sia diurne che notturne, segno che i fiori restano sempre aperti, pronti al dialogo in qualsiasi momento e con qualsiasi interlocutore si presenti loro. Il frutto è una capsula tetraloculare contenente quattro semi ovoidi (uno per loculo).
Resta bianco e rotondo sul ramo per quasi tutto l'inverno, denotando, per quanto riguarda la pianta madre, una certa resistenza a distaccarsi da ciò che gli è caro al mondo. La pianta figlia avrà dal canto suo l'imprinting di forti legami, di attenzioni serbategli durante la gravidanza, ma anche la difficoltà a essere lasciati a sé stessi.


 
E' piuttosto facile incontrare Calluna vulgaris nelle zone boschive, collinari, submontane e montane, anche se la pianta azzarda la sua presenza fin quasi in riva al mare. Meravigliose distese di quest'essenza si trovano a un passo da Viareggio, nel cuore della Versilia, e colonie si arrampicano impavide fino a lambire i ghiacciai del Monte Rosa.
Tuttavia il mio 'incontro appassionato' con Calluna vulgaris l'ho avuto in Bretagna, nei pressi di Carnac, nel bel mezzo dei siti archeologici dei menhir. La suggestione di quel luogo è solo lontanamente raccontabile. La cosa che mi ha sorpreso è che solo due piante erano in grado di colonizzare l'area: Calluna vulgaris e Ulex europaeus. Ho scorto nel loro vivere a braccetto una sottile relazione, a cui non avevo mai fatto caso. Pur in maniera diversa essi sono due soggetti chiusi nel loro mondo, una con la sua apparente apertura che fa riferimento solo a sé stessa e l'altra con una chiusura senza appello che non guarda in faccia a nessuno. Forse proprio per questo riescono a convivere senza crearsi problemi: Ulex europaeus sembra impermeabile al fare accentratore di Calluna vulgaris, la quale a sua volta non sembra più di tanto scalfita dall'aria ombrosa e tormentata dell'altra.
Si abbracciano da vecchie amiche e è davvero singolare trovare un cespuglio spinoso quale Ulex europaeus lasciar fare capolino ai fiorellini rosa-malva di Calluna vulgaris!
 
La storia della brughiera nasce spesso dalla distruzione di un bosco, perlopiù planiziale, a seguito di un incendio violento o al disboscamento per opera dell'uomo.
Quando si creano le circostanze favorevoli, in questi nuovi grandi spazi, può trovare dimora qualche pianta di Calluna vulgaris. A questo punto il suo avanzare rapido e il suo modificare il terreno preclude l'ingresso ad altre piante.
Nel tempo l'uomo ha tentato il recupero delle brughiere come terreno per coltivazione, ma l'acidità del suolo diventa talmente alta che solo qualche magro pascolo si può ottenere là dove vi è stata lungamente una popolazione stabile di brugo.
La brughiera diventa una distesa monotematica di Calluna vulgaris che, in un soliloquio logorroico, ruba la scena impedendo l'ingresso a cointerpreti e spettatori e come una macchia d'olio tende ad ingrandire e rendere sempre più inospitale il palcoscenico su cui si esibisce, con gran fragore.



  
 
 
 
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