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Antonella Napoli
dr.ssa

Fiori di Bach ed effetto placebo: cosa dice davvero la ricerca? (Antonella Napoli)

Articoli > 2004-2009

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Articolo originariamente pubblicato nel 2006 – revisione e aggiornamento 8/2026




Lavoro con i Fiori di Bach da molti anni e li utilizzo quotidianamente nella mia pratica professionale. Nel tempo ho visto persone cambiare, attraversare momenti difficili con maggiore consapevolezza, modificare modalità emotive che sembravano ormai consolidate e trovare risorse che prima faticavano a riconoscere. È inevitabile, quindi, che la mia esperienza clinica mi porti a considerare la floriterapia uno strumento prezioso.
Ma l’esperienza di chi lavora con un metodo, per quanto ampia e ripetuta, non coincide con una prova scientifica. Ed è proprio qui che nasce una domanda che molte persone mi fanno e che considero importante, anche per chi, come me, conosce bene i Fiori e ne osserva quotidianamente gli effetti: che cosa ci dice realmente la ricerca sulla floriterapia?

Periodicamente la questione viene ridotta a una formula molto semplice: i Fiori di Bach funzionano davvero oppure è soltanto effetto placebo? In realtà, quando si entra negli studi disponibili, il quadro diventa molto meno lineare. Esistono trial controllati che non hanno rilevato differenze significative rispetto al placebo, ma esistono anche ricerche successive che hanno ottenuto risultati favorevoli alle essenze. Ci sono studi sulle applicazioni locali, lavori preclinici e, più recentemente, ricerche che hanno iniziato perfino a interrogarsi sulle caratteristiche fisico-chimiche delle preparazioni floreali.

E allora la domanda diventa più ampia. Perché, dopo tanti anni di utilizzo, la floriterapia fatica ancora a trovare una legittimazione scientifica? Dipende dal fatto che non funziona, oppure anche dal modo in cui è stata studiata? I protocolli utilizzati sono realmente adatti a un metodo che nasce dalla scelta individualizzata delle essenze? E sappiamo davvero che cosa dovremmo misurare per verificarne un eventuale effetto specifico?
Questo non significa cercare nella scienza una conferma di ciò che già pensiamo di sapere. Significa fare esattamente il contrario: guardare i dati disponibili, compresi quelli che non confermano le nostre aspettative, distinguere ciò che è stato dimostrato da ciò che resta ancora ipotetico e cercare di capire dove siano i limiti della ricerca attuale.

Vediamo allora insieme a che punto siamo davvero: che cosa sappiamo, che cosa ancora non sappiamo e, soprattutto, che cosa stiamo effettivamente misurando quando sottoponiamo la floriterapia a uno studio scientifico.

Che cosa significa realmente “effetto placebo”?

Nel linguaggio comune «placebo» viene spesso utilizzato quasi come sinonimo di immaginazione: stai meglio perché credi di stare meglio.
In  realtà, in uno studio clinico, il placebo svolge una funzione molto più  precisa. Serve a distinguere ciò che può dipendere specificamente dal  trattamento da una serie di fattori che accompagnano qualsiasi  intervento: aspettative, attenzione ricevuta, contesto terapeutico,  andamento spontaneo del problema, oscillazioni naturali dei sintomi e  altri elementi.
Per questo vengono realizzati gli studi randomizzati, controllati con placebo e in cieco:  le persone vengono assegnate casualmente ai diversi gruppi e, quando il  disegno lo permette, né chi riceve il trattamento né chi valuta i  risultati sa chi sta ricevendo il prodotto studiato e chi il placebo.
Se  entrambi i gruppi migliorano allo stesso modo, non significa che «non è  successo nulla». Significa però che, nelle condizioni di quello studio,  non è stato possibile dimostrare un vantaggio specifico del trattamento rispetto al controllo.
Ed  è altrettanto importante il contrario: quando un gruppo trattato migliora più del gruppo placebo, abbiamo un segnale di un possibile  effetto specifico, ma un singolo studio non basta automaticamente a  dimostrare che quell’effetto sia certo, generalizzabile e riproducibile.


Che cosa avevano trovato le prime revisioni scientifiche?

Le revisioni sistematiche pubblicate tra il 2009 e il 2010 hanno avuto un peso molto grande nel dibattito sui Fiori di Bach e vengono ancora oggi frequentemente citate per sostenere che la loro efficacia non sarebbe superiore al placebo. Vale però la pena guardare più da vicino quali studi furono effettivamente analizzati e, soprattutto, che cosa stavano testando.

La revisione di Thaler e collaboratori del 2009 esaminò la letteratura disponibile fino al giugno 2008 e individuò soltanto quattro studi randomizzati controllati utilizzabili per valutare l'efficacia: tre sull'ansia da esame e uno sull'ADHD. Nel complesso non emerse un beneficio significativo rispetto al placebo e gli stessi autori giudicarono le evidenze disponibili di qualità bassa o molto bassa.
Quando in una ricerca si parla di rischio di bias, non si intende che i ricercatori siano necessariamente prevenuti. Con questo termine si indicano possibili distorsioni introdotte dal modo in cui uno studio è costruito o condotto: una randomizzazione poco adeguata, un numero elevato di partecipanti che abbandonano lo studio, problemi nella cecità, gruppi inizialmente poco confrontabili o dati incompleti. Sono elementi che possono rendere meno affidabile il risultato ottenuto.

C'è però un altro aspetto che considero particolarmente importante. Dei quattro trial controllati inclusi nella revisione di Thaler, tre utilizzavano Rescue Remedy: due per l'ansia da esame e uno nei bambini con ADHD. Il terzo studio sull'ansia da esame utilizzava invece una combinazione prestabilita di dieci Fiori di Bach, identica per tutti i partecipanti. In nessuno di questi quattro studi le essenze venivano quindi scelte individualmente in base al modo particolare in cui ciascuna persona viveva il proprio problema.
Questa distinzione cambia il significato della conclusione. Il Rescue Remedy nasce come composizione per le situazioni acute e di emergenza e può certamente avere una sua coerenza quando l'ansia da esame assume le caratteristiche di una crisi acuta. Ma non tutte le persone vivono un esame nello stesso modo. Una può temere concretamente di non farcela, un'altra sentirsi incapace prima ancora di provare, un'altra essere sopraffatta dalla quantità di lavoro, un'altra ancora avere pensieri che continuano a girare senza permetterle di concentrarsi. Dal punto di vista floriterapico sono condizioni differenti e potrebbero richiedere essenze differenti.

La questione diventa ancora più evidente nello studio sull'ADHD. Ai bambini veniva somministrato Rescue Remedy (Cherry Plum, Clematis, Impatiens, Rock Rose e Star of Bethlehem) come formula standard per tre mesi. Il fatto che questa composizione non abbia ottenuto risultati significativamente migliori del placebo ci dice qualcosa sull'utilizzo del Rescue Remedy in quel gruppo di bambini con ADHD. È molto più difficile trasformare quel risultato nella conclusione generale che «i Fiori di Bach non funzionano nell'ADHD», perché la diagnosi di ADHD, da sola, non corrisponde in floriterapia a una specifica miscela di essenze.

Gli stessi Thaler e collaboratori riconobbero esplicitamente questa difficoltà, osservando che tutti gli studi esaminati utilizzavano miscele predeterminate che non corrispondevano alla modalità individualizzata con cui la floriterapia viene normalmente praticata. Segnalarono inoltre che in alcuni trial l'ansia era indotta sperimentalmente e che la durata del trattamento era talvolta molto breve.

Nel 2010 Edzard Ernst ampliò la ricerca individuando sette trial randomizzati e concluse che i migliori studi placebo-controllati disponibili non mostravano differenze significative tra preparazioni floreali e placebo. Anche qui, però, la maggior parte dell'evidenza proveniva da studi sul Rescue Remedy: cinque dei sei trial placebo-controllati riguardavano questa composizione, mentre un altro utilizzava una miscela prestabilita di dieci essenze. Soltanto uno dei sette studi prevedeva una scelta individualizzata dei Fiori e non disponeva di un vero gruppo placebo.
Sono dati che vanno presi seriamente: i trattamenti studiati non hanno mostrato, nelle condizioni di quei trial, un vantaggio convincente rispetto al placebo. Allo stesso tempo bisogna essere altrettanto precisi su ciò che quei risultati permettono di concludere. Gran parte delle prime evidenze negative riguarda il Rescue Remedy o miscele standardizzate, non la prescrizione individualizzata dei Fiori di Bach.

E c'è infine un elemento temporale da ricordare: quelle revisioni fotografavano la ricerca disponibile rispettivamente fino al 2008 e al 2010. Non potevano naturalmente comprendere gli studi pubblicati negli anni successivi, che, come vedremo, non hanno prodotto tutti lo stesso risultato.

Nel 2021 è stato pubblicato un trial randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, su 81 adulti sovrappeso o obesi con livelli moderati o elevati di ansia. I partecipanti ricevevano per quattro settimane una miscela standardizzata di sei Fiori di Bach — Impatiens, White Chestnut, Cherry Plum, Chicory, Crab Apple e Pine — oppure una preparazione placebo con lo stesso veicolo idroalcolico ma senza le essenze.
L’ansia veniva misurata con lo State-Trait Anxiety Inventory, mentre tra gli outcome secondari erano presenti qualità del sonno, comportamento alimentare compulsivo e frequenza cardiaca a riposo. Il gruppo che riceveva i Fiori di Bach mostrò miglioramenti significativamente maggiori rispetto al placebo in tutti questi parametri.
È un risultato interessante perché mostra che non tutti gli studi randomizzati e controllati pubblicati dopo le revisioni del 2009-2010 hanno prodotto risultati negativi. Anche in questo caso, tuttavia, dobbiamo fare la stessa distinzione metodologica fatta per gli studi precedenti: i sei fiori, anche se pensati per la problematica, erano stati scelti a priori e venivano somministrati a tutti i partecipanti. Il trial dimostra quindi un risultato favorevole per quella particolare combinazione standardizzata in quella specifica popolazione, che vuol dire che a livello scientifico non permette di estendere automaticamente la conclusione alla floriterapia nel suo complesso.
Questo vale naturalmente anche nella direzione opposta. Un singolo studio positivo non permette di affermare che «i Fiori di Bach funzionano», così come un singolo studio negativo non permette di concludere che «i Fiori di Bach non funzionano». Per costruire un’evidenza solida servono risultati replicabili e studi capaci di distinguere chiaramente ciò che stanno effettivamente verificando.

Nel 2026 è stato pubblicato un altro trial randomizzato, questa volta triplo cieco e controllato con placebo, su 99 persone con tumore avanzato. Cinquanta partecipanti ricevevano una combinazione standardizzata di nove Fiori di Bach e 49 il placebo, quattro volte al giorno per 120 giorni. Gli outcome principali erano la speranza, valutata attraverso l’Herth Hope Index, e la qualità della vita correlata alla condizione palliativa. In questo caso non emerse una differenza statisticamente significativa tra il gruppo floreale e il placebo.
Anche questo risultato deve essere letto per ciò che realmente misura: una determinata combinazione di nove essenze, uguale per tutti, utilizzata per influire sulla speranza e sulla qualità della vita in persone con tumore avanzato. Non si trattava di una prescrizione costruita sul vissuto emozionale individuale di ciascun partecipante.

La fotografia attuale della ricerca è quindi più complessa rispetto a quella restituita dalle revisioni di vent’anni fa: esistono studi controllati con risultati negativi ed esistono studi controllati con risultati positivi. Il numero delle ricerche di buona qualità rimane però limitato e, soprattutto, i protocolli sono molto eterogenei. Gran parte degli studi continua inoltre a valutare Rescue Remedy o miscele standardizzate. Questo permette di verificare l’efficacia di quelle specifiche formulazioni, ma lascia ancora largamente aperta una domanda diversa: che cosa accadrebbe se sottoponessimo a un trial randomizzato e controllato con placebo una vera prescrizione floriterapica individualizzata?


La floriterapia è facile da inserire in un trial standard?

Qui incontriamo uno dei problemi metodologici più interessanti. La floriterapia tradizionale non nasce secondo la logica: sintomo → rimedio.
Bach  poneva al centro il modo particolare in cui la persona viveva la  propria esperienza. Anche nella letteratura scientifica sul sistema Bach  la selezione dei rimedi viene descritta come un processo  individualizzato, adattato agli stati della persona e modificabile nel  corso del trattamento.

Prendiamo, per esempio, cento persone che riferiscono ansia. Dal  punto di vista floriterapico non esiste necessariamente un unico «fiore  per l’ansia». Una persona può essere preoccupata per qualcosa di  concreto, un’altra può sentire un’apprensione difficile da definire,  un’altra ancora può temere di perdere il controllo, sentirsi inadeguata,  essere tormentata da pensieri ripetitivi o vivere una difficoltà  completamente diversa. Dare automaticamente la stessa essenza a tutte queste persone significa quindi testare quella particolare prescrizione standardizzata, non necessariamente l’intero metodo individualizzato utilizzato nella pratica floriterapica.
Questo, tuttavia, non significa che il metodo scientifico non possa studiare la floriterapia. L’individualizzazione non impedisce necessariamente di randomizzare e utilizzare il placebo.

Un possibile modello potrebbe prevedere che il floriterapeuta valuti la persona e scelga individualmente le essenze prima della randomizzazione;  successivamente un ricercatore indipendente potrebbe fornire al  partecipante la miscela realmente prescritta oppure un placebo  indistinguibile. In questo modo sarebbe possibile studiare non «un fiore  uguale per tutti», ma una vera prescrizione personalizzata.
L’altra  possibilità è studiare quegli aspetti della floriterapia che possono  essere maggiormente standardizzati. Ed è qui che diventano  particolarmente interessanti il dolore, il Principio Transpersonale e le applicazioni locali.

Quando i Fiori di Bach vengono applicati esternamente

Nel  Principio Transpersonale sviluppato da Ricardo Orozco l’attenzione può  essere rivolta non soltanto alla personalità e allo stato emozionale  individuale, ma anche al modo in cui un determinato fenomeno si  manifesta.
Nel mio lavoro sui Fiori di Bach nei diversi tipi di dolore,  presentato nell’ambito del Congresso dell’Associazione Italiana per lo  Studio del Dolore, ho descritto tre possibili livelli di osservazione:  il modo in cui la persona reagisce al dolore, le caratteristiche  soggettive con cui quel dolore viene vissuto e una lettura  transpersonale delle sue manifestazioni, che permette anche l’utilizzo  locale delle essenze in creme o altri veicoli.
Dal punto di vista della ricerca quest’ultimo livello è particolarmente interessante. Possiamo  definire una condizione precisa, utilizzare la stessa formulazione, lo  stesso veicolo, la stessa frequenza di applicazione, la stessa durata e  misurare outcome condivisi.

È esattamente ciò che è stato fatto in uno studio sulla sindrome del tunnel carpale. Lo studio sulla crema floreale per il tunnel carpale Rivas-Suárez  e collaboratori nel 2017 hanno realizzato un trial pilota randomizzato e  controllato con placebo su 43 persone con sindrome del tunnel carpale  lieve o moderata.
I  partecipanti vennero divisi in tre gruppi: placebo, crema contenente  Fiori di Bach somministrata in cieco e crema con Fiori di Bach  somministrata a persone consapevoli di ricevere il trattamento. La crema  venne applicata localmente per 21 giorni. Vennero valutati intensità del dolore, severità dei sintomi e diversi segni rilevati all’esame clinico.
I  gruppi che utilizzavano la crema con essenze mostrarono miglioramenti  significativamente maggiori rispetto al placebo su diversi parametri.

È un dato particolarmente interessante nella discussione sul placebo perché anche il gruppo che riceveva i Fiori di Bach senza sapere di riceverli mostrò un vantaggio rispetto al gruppo placebo. Contemporaneamente,  per alcuni parametri il gruppo consapevole di ricevere le essenze  ottenne risultati ancora migliori del gruppo in cieco.
Questo ci permette forse di superare una contrapposizione troppo rigida. Un intervento può essere studiato cercando un effetto specifico oltre il placebo,  ma ciò non significa che aspettative, relazione terapeutica e contesto  smettano di avere un ruolo quando esiste un eventuale effetto specifico.  Le due componenti possono coesistere.
Lo studio del tunnel carpale rimane però un pilot study,  con un campione piccolo e un trattamento di breve durata. Il risultato  deve quindi essere considerato promettente e meritevole di replica, non  una dimostrazione definitiva dell’efficacia dei Fiori di Bach per il  dolore.

E quando il soggetto non sa neppure che dovrebbe aspettarsi qualcosa?

Esiste anche un piccolo studio preclinico particolarmente curioso.
Nel  2013 un gruppo di ricercatori ha studiato Beech, Vervain e Rescue  Remedy in un modello di infiammazione acuta indotta in 30 ratti. Gli  animali erano suddivisi casualmente in cinque gruppi: tre gruppi con  differenti preparazioni floreali, un gruppo placebo e un controllo  positivo farmacologico.
Beech e Vervain mostrarono una risposta significativamente diversa dal placebo nel modello utilizzato, mentre Rescue Remedy non mostrò una differenza significativa.
Uno studio animale di piccole dimensioni non dimostra un’efficacia clinica nell’essere umano e non chiarisce il meccanismo con cui le essenze potrebbero produrre un effetto.
Ci  dice però qualcosa di interessante per la domanda che stiamo  affrontando: in questo modello sperimentale non possiamo spiegare il  risultato semplicemente attraverso la convinzione cosciente del paziente  di stare ricevendo un trattamento.

Non tutti gli studi sulle applicazioni locali sono positivi. È altrettanto importante raccontare i risultati che non confermano questa ipotesi.
Nel  2023 un altro studio pilota ha sperimentato un gel contenente  un’essenza di Bach come trattamento aggiuntivo alla terapia parodontale  non chirurgica in persone con diabete di tipo 2.
I parametri clinici migliorarono dopo il trattamento parodontale in entrambi i gruppi, ma non venne riscontrata una differenza significativa tra gel floreale e controllo.
Ed è proprio questo il motivo per cui considero l’applicazione locale non una «prova che i fiori funzionano», ma una strada promettente per studiarli. Un modello realmente scientifico deve essere in grado di produrre anche risultati negativi.

Quindi i Fiori di Bach sono soltanto placebo?

Alla luce delle conoscenze disponibili oggi, ritengo che la risposta più corretta sia: ad oggi non abbiamo ancora la risposta.

Le revisioni sistematiche pubblicate nel 2009 e nel 2010 concludevano che i migliori studi disponibili in quel momento non dimostravano un’efficacia superiore al placebo per le indicazioni studiate.
Negli anni successivi sono comparsi anche trial randomizzati e controllati che hanno rilevato differenze favorevoli alle essenze, come lo studio del 2021 sull’ansia e il trial pilota sull’applicazione esterna nel tunnel carpale.
Sono stati però pubblicati anche studi successivi che non hanno trovato differenze rispetto al placebo, compreso il trial triplo cieco del 2026 su speranza e qualità della vita nelle persone con tumore avanzato e il piccolo studio sull’applicazione topica in ambito parodontale.

La situazione è resa ancora più complessa dal fatto che gran parte degli studi, ha utilizzato Rescue Remedy o miscele standardizzate, uguali per tutti i partecipanti. Questi lavori ci dicono quindi qualcosa sull’efficacia di quelle specifiche formulazioni nelle condizioni studiate, mentre lasciano ancora largamente aperta la questione della floriterapia individualizzata.
Le evidenze complessive rimangono limitate e non permettono ancora di affermare che sia stata dimostrata un’efficacia specifica generale dei Fiori di Bach. Allo stesso tempo, proprio per la presenza di risultati differenti e per i limiti metodologici della ricerca disponibile, non credo sia scientificamente corretto chiudere la discussione con l’affermazione opposta: «è soltanto placebo». La domanda più interessante diventa allora: quali aspetti della floriterapia possiamo studiare, con quali strumenti e attraverso quali disegni sperimentali?

Per il lavoro emozionale individualizzato servono studi capaci di rispettare la personalizzazione della scelta dei rimedi mantenendo randomizzazione, cecità e confronto con placebo.
Per il Principio Transpersonale e le applicazioni locali possiamo invece definire con maggiore precisione il fenomeno osservato, standardizzare la preparazione e misurare outcome fisici e clinici condivisi.


E se studiassimo anche l’essenza stessa?

Finora abbiamo parlato soprattutto degli effetti: che cosa accade alla persona che assume i Fiori di Bach, se il risultato è diverso dal placebo e attraverso quali disegni sperimentali possiamo cercare di verificarlo. Esiste però un’altra domanda, ancora poco esplorata, che viene prima di tutte queste: che cosa distingue fisicamente un’essenza floreale da un’altra e dal semplice veicolo nel quale viene diluita?

Nel 2023 un gruppo di ricercatori brasiliani ha analizzato le 38 essenze di Bach attraverso differenti misure fisico-chimiche, fra cui pH, conducibilità elettrica, polarimetria e spettrofotometria UV-VIS. Le preparazioni non risultavano indistinguibili in tutte le misure: furono osservate variazioni del pH, della conducibilità e della deviazione ottica, mentre con la spettrofotometria UV-VIS le curve risultavano sostanzialmente sovrapponibili, probabilmente anche per la forte presenza del brandy rispetto alla quantità molto piccola di essenza utilizzata.
Un dato particolarmente curioso riguarda i due metodi di preparazione utilizzati da Bach, quello solare e quello della bollitura. Le essenze appartenenti ai due gruppi mostravano una notevole sovrapposizione, quindi sarebbe scorretto parlare di due profili fisico-chimici già chiaramente distinti. Tuttavia alcune differenze comparivano: per esempio, una deviazione ottica superiore alla soglia considerata dagli autori era presente più frequentemente nelle essenze preparate per bollitura rispetto a quelle solarizzate. È un risultato preliminare, che può dipendere anche dalla diversa quantità e natura delle sostanze rilasciate dalle piante durante i due procedimenti e che necessita quindi di controlli molto più rigorosi.

Questo lavoro non dimostra che le differenze fisico-chimiche osservate siano responsabili degli eventuali effetti terapeutici delle essenze. Aprono però una strada di ricerca che finora è stata percorsa molto poco: studiare direttamente le essenze, invece di occuparsi soltanto dell’effetto finale sull’essere umano.
Per farlo servirebbero studi costruiti specificamente sul metodo floreale. Nel caso delle essenze solarizzate, per esempio, sarebbe possibile confrontare l’acqua posta al sole con il fiore, la stessa acqua esposta al sole senza fiore e l’acqua mantenuta nelle medesime condizioni senza esposizione. Per le essenze preparate mediante bollitura si potrebbero utilizzare controlli analoghi. Le acque madri dovrebbero essere analizzate prima dell’aggiunta del brandy, utilizzando la stessa acqua, gli stessi recipienti e condizioni ambientali controllate, e affiancando alle analisi chimiche metodiche capaci di rilevare eventuali differenze fisiche.

Il passaggio successivo sarebbe ancora più interessante: verificare se queste differenze siano specifiche della pianta utilizzata e riproducibili in cieco. Se Mimulus, Impatiens o Star of Bethlehem producessero profili riconoscibili e ripetibili rispetto all’acqua di controllo e tra loro, avremmo un fenomeno da comprendere. Resterebbe poi da stabilire che cosa lo determina e, soprattutto, se abbia qualche relazione con gli effetti attribuiti alle essenze.
Al momento non abbiamo queste risposte. Abbiamo però una domanda sperimentale molto più precisa di «i Fiori di Bach funzionano perché ci crediamo?». Possiamo chiederci anche che cosa accade all’acqua durante la preparazione di un’essenza floreale, che cosa rimane dopo che il fiore è stato rimosso e se ciò che rimane può essere misurato e distinto da ciò che avviene in un semplice campione di controllo. Anche questa è una strada attraverso la quale floriterapia e ricerca scientifica potrebbero cominciare a incontrarsi.

E  forse è proprio continuando a porre domande verificabili (senza  chiedere alla ricerca di confermare ciò in cui già crediamo, ma senza  nemmeno considerare chiusa una questione che presenta ancora molti  interrogativi) che floriterapia e ricerca scientifica possono  finalmente cominciare a dialogare davvero.

                                                                                  


Approfondisci:

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Bibliografia

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Dr.ssa Antonella Napoli, Psicologa e floriterapeuta, P.I. 00135428886 Iscrizione OPL 16607
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