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Antonella Napoli
dr.ssa

La floriterapia solo come effetto placebo? (Antonella Napoli)

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revisione articolo 1/2026


La floriterapia è solo “acqua fresca”?

A cicli regolari esce l’articolo di turno che dice più o meno così: non ci sono dati scientifici convincenti sull’efficacia della floriterapia, perché negli studi “a doppio cieco” non risultano differenze apprezzabili rispetto al placebo (cioè rispetto a qualcosa che non contiene principi attivi specifici).
E allora la domanda vera diventa inevitabile: se fosse davvero solo una moda o solo autosuggestione, perché così tante persone continuano a usare questi rimedi, a parlarne, a cercarli?
Ognuno si fa (e si deve fare) la propria opinione. Però secondo me è utile capire perché su questo tema i punti di vista restano spesso così estremi e opposti.

Che cos’è davvero il placebo (e perché non vuol dire “finto”)

La parola “placebo” viene usata spesso come un’etichetta per sminuire: “non vale nulla”. In realtà, nella ricerca moderna, placebo significa un’altra cosa: una risposta mente-corpo legata al contesto della cura, alle aspettative, all’apprendimento, al significato che diamo a ciò che assumiamo, alla relazione con chi ci segue. Non è magia: è psicobiologia.
Esiste anche il “fratello cattivo”: il nocebo. Se mi aspetto di stare peggio, se sono spaventato, se mi sento non creduto o non contenuto, il mio corpo può rispondere peggio (dolore più intenso, più sintomi, più tensione). Anche questo è un dato serio e studiato.
Quindi già qui la prima precisazione importante è: “placebo” non vuol dire “immaginario”. Vuol dire che la cornice del trattamento può produrre effetti misurabili.


Perché il “doppio cieco” è così importante

Per capire se un farmaco funziona o meno, viene fatto uno studio in “doppio cieco”.  Che cosa significa uno studio “randomizzato, controllato con placebo, in doppio cieco”?
In pratica: si divide un campione in gruppi (in modo casuale), e si cerca di fare in modo che né chi riceve il trattamento né chi valuta i risultati sappia chi sta prendendo cosa, fino alla fine. Questo serve a ridurre i bias: aspettative, convinzioni, interpretazioni involontarie.
È una metodologia molto potente quando vuoi rispondere a una domanda specifica: questa sostanza (o questo intervento) fa qualcosa di più rispetto al contesto?

Il punto critico: la floriterapia non nasce sintomatologica

E qui arriviamo al nocciolo.
Quando fai un trial su un farmaco per la depressione, puoi anche scegliere una sola molecola e darla a tante persone “con depressione”: la molecola ha un’azione biochimica standardizzata (poi la risposta individuale cambia, certo, ma lo schema è quello). Con i rimedi floreali, invece, il discorso è diverso: in un preparato floriterapico non ci sono molecole biologicamente attive “standard” come in un farmaco, e soprattutto la logica di scelta non è: “hai questo sintomo = prendi questo rimedio”. La logica è: “che persona sei, come reagisci, che stato interiore stai attraversando?”
È qui che nasce il cortocircuito degli studi: se io prendo 100 persone con scritto “depressione” e do a tutti lo stesso fiore “per la depressione”, cosa succede?
non vedrò differenze significative tra fiore e placebo… ma non perché “la floriterapia non funziona”: perché sto misurando la floriterapia con una logica che non è la sua.
Infatti, che fiore sceglieresti per un esperimento del genere senza vedere le persone? Mustard? Gentian? Gorse? Sweet Chestnut? Wild Rose?
La risposta vera è: dipende. E quel “dipende” non è una scappatoia: è la struttura stessa del metodo.

Ok, ma allora “scientificamente” cosa risulta?

Qui faccio un passaggio in più, aggiornato al modo in cui oggi si ragiona sulla letteratura.
·         Esistono studi in doppio cieco che non trovano differenze tra BFR e placebo (per esempio quello su bambini con ADHD pubblicato su European Journal of Paediatric Neurology).
·         E se guardiamo le revisioni sistematiche dei trial randomizzati sui flower remedies/Bach, la conclusione è generalmente che i trial più affidabili non mostrano differenze rispetto al placebo.
Detto così sembra una condanna definitiva. Ma in realtà, se restiamo onesti, ci dice soprattutto questo: se misuro “BFR come pillola unica per un’etichetta diagnostica”, non ottengo evidenze robuste.
E qui torna la domanda più utile:

Come studiare la floriterapia rispettandone la logica?

Un’indicazione interessante arriva dal lavoro sul dolore (e dalle applicazioni locali).
Quando ci spostiamo su qualcosa di più misurabile e condiviso, cioè su un sintomo che molte persone possono avere in modo simile, è più facile costruire studi solidi. In questo senso Ricardo Orozco parla di uso transpersonale (“oltre ciò che è personale”): accanto alla scelta individuale legata alla storia e alla tipologia della persona, si può lavorare anche su un livello in cui il “linguaggio floreale” viene tradotto in segni/sintomi osservabili a livello topico (dolore, rigidità, infiammazione, formicolio, intorpidimento…), trattando il fenomeno in sé.
E attenzione: transpersonale a livello locale, non significa “protocollo uguale per tutti, sempre”. Significa una cosa più intelligente e più compatibile con la ricerca: se io definisco un target preciso (es. “dolore notturno e formicolio da tunnel carpale”), posso usare:
  • una selezione definita di essenze,
  • un vettore costante (crema/gel/unguento),
  • una durata standard,
  • e outcome misurabili con criteri condivisi     (intensità del dolore, frequenza del dolore notturno, funzionalità, segni     clinici).
In altre parole: la variabilità personale non sparisce, ma viene ridotta quel tanto che basta per rendere il modello testabile.
Ed è qui che diventano interessanti alcuni lavori: per esempio lo studio clinico controllato sull’uso esterno di una crema con BFR nella sindrome del tunnel carpale, che riporta riduzione della severità dei sintomi e sollievo dal dolore rispetto al placebo in quel protocollo.
Ancora più “pulito” (perché riduce al minimo l’effetto aspettativa) è il filone preclinico su modello animale: uno studio randomizzato in doppio cieco su ratti con edema plantare indotto, dove vengono confrontati BFR specifici, placebo e controllo positivo. Qui il punto non è “dimostrare tutto” della floriterapia (sarebbe un errore concettuale), ma isolare un frammento sperimentabile dove la suggestione non spiega quasi nulla.
Questa strada non dimostra tutto il potenziale della floriterapia (perché lascia fuori il livello profondo della persona: temperamento, senso, storia, conflitti interiori, prevenzione), però è una via concreta per costruire evidenze su un pezzo del lavoro, soprattutto quando parliamo di dolore e processi localizzati, dove la misurazione è più standardizzabile.

Perché i trial sulle essenze floreali spesso falliscono

Molti studi sui Fiori di Bach falliscono perché cercano di misurare la floriterapia come se fosse un farmaco: un rimedio uguale per tutti dentro la stessa etichetta diagnostica (“ansia”, “depressione”, “stress”). Ma la floriterapia non nasce sintomatologica: nasce per rispondere a sfumature emotive individuali. Se inserisco nello stesso gruppo persone profondamente diverse e do a tutti la stessa miscela, è facile che il risultato finale si “appiattisca” e che ciò che resta sia indistinguibile dal placebo.

Due strade di ricerca possibili (senza tradire il metodo)

La prima è studiare la floriterapia su target transpersonali e applicazioni locali (dolore, rigidità, infiammazione, sintomi misurabili), con protocolli controllabili e criteri standard. La seconda è usare disegni “whole system” più vicini alla clinica reale, che accettino la personalizzazione (scelta individuale dei fiori) ma con metodi rigorosi di valutazione. Se si usa solo la prima, si dimostra un pezzo ma si perde l’anima del metodo; se si usa solo la seconda, si rischia di perdere solidità sperimentale. Insieme, invece, possono costruire un ponte credibile tra floriterapia e ricerca.
Allora la vera domanda non è se la floriterapia ha un effetto placebo, ma con quali modelli di ricerca possiamo studiare un metodo che è, per natura, personalizzato.
E una risposta praticabile è proprio questa: affiancare al lavoro individuale (il cuore della floriterapia) una via sperimentale più misurabile, come ponte tra linguaggio floreale e criteri di studio standard.
Bibliografia
·        Ernst, E. (2002). “Flower remedies”: A systematic review of the clinical evidence. Wiener Klinische Wochenschrift, 114(23–24).
·        Ernst, E. (2010). Bach flower remedies: A systematic review of randomised clinical trials. Swiss Medical Weekly, 140, w13079.
·        Moher, D., Hopewell, S., Schulz, K. F., Montori, V., Gøtzsche, P. C., Devereaux, P. J., Elbourne, D., Egger, M., & Altman, D. G. (2010). CONSORT 2010 explanation and elaboration: Updated guidelines for reporting parallel group randomised trials.
·        Napoli, A. (2018). Tecnica complementare con i fiori di Bach nei vari tipi di dolore. Fiori per l’Anima.
·        Orozco, R. (2017). Fiori di Bach. Principio Transpersonale® e applicazioni locali: Territori tipologici. Centro Benessere Psicofisico.
·        Pintov, S., Hochman, M., Livne, A., Heyman, E., & Lahat, E. (2005). Bach flower remedies used for attention deficit hyperactivity disorder in children: A prospective double blind controlled study. European Journal of Paediatric Neurology, 9(6), 395–398.
·        Rivas-Suárez, S. R., Águila-Vázquez, J., Suárez-Rodríguez, B., Vázquez-León, L., Casanova-Giral, M., Morales-Morales, R., & Rodríguez-Martín, B. C. (2017). Exploring the effectiveness of external use of Bach flower remedies on carpal tunnel syndrome: A pilot study. Journal of Evidence-Based Complementary & Alternative Medicine, 22(1), 18–24.
·        Wager, T. D., & Atlas, L. Y. (2015). The neuroscience of placebo effects: Connecting context, learning and health. Nature Reviews Neuroscience.

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La floriterapia non è una terapia medica, non costituisce diagnosi e cura medica e non la sostituisce in alcun modo. Le essenze floreali non sono farmaci e non hanno alcun effetto biochimico sull'organismo, ma agiscono solo sugli stati d'animo a livello emozionale in quanto non contengono particelle attive. Tutti gli esperimenti di autocura, interruzione o di riduzione arbitraria del dosaggio di farmaci prescritti, condotti al di fuori del controllo medico, ricadono esclusivamente sotto la responsabilità di chi li effettua.
Dr.ssa Antonella Napoli, Psicologa e floriterapeuta, P.I. 001355428886 Iscrizione OPL 16607
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