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Antonella Napoli
dr.ssa

Siamo anima: la vita è un gioco

Articoli > 2004-2009

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giugno 2008 - Roma

Mi piace sentire la mia anima attaccata ai miei piedi. Per questo, invece di pensare che siamo alla ricerca dell’anima, io penso che noi siamo un’anima che, in questo momento, sta cercando una personalità. Il bambino, al momento della nascita, è già un’anima: e forse è anche per questo che pensiamo ai bambini come a soggetti molto fragili, perché vengono al mondo in una situazione in cui la spiritualità è sempre più lontana.

Questo libro è l’idea di tre persone: un amico, mia figlia Angela (che ha fatto i disegni) e io.
Ci siamo resi conto che è difficile parlare con i bambini a livello emozionale, così abbiamo ideato un gioco, perché queste schede, in realtà, sono solo un gioco. Un grande saggio ha detto che non smettiamo di giocare perché invecchiamo, ma invecchiamo perché smettiamo di giocare. In effetti l’anima non ha età, se ci dimentichiamo del corpo e delle sensazioni che ci legano alla realtà biologica.

Perché io sto parlando con le vostre anime. Io vi riconosco come anime e proprio a loro voglio rivolgermi questo pomeriggio. La sofferenza nasce dall’impossibilità di accettare che siamo anime, dal ricercare costantemente un’espressione che non rispecchia ciò che siamo. Bach dice che la malattia è mancanza di connessione tra anima e personalità, e io aggiungo che è la conseguenza di non esprimere ciò che si è.

Tutti noi, per colpe o rimproveri, non riusciamo a vivere il presente. Eppure, in questo istante, in questo momento, non c’è nulla che ci impedisca di viverlo in una prospettiva di allegria. Io ora sento la paura in me, ma io non sono la paura, quindi non succede nulla. Quando esco per strada sento l’aria: vuol dire che sto camminando. La paura mi dice che sto facendo ciò che voglio fare. In questa prospettiva la paura è un mio alleato, e quindi mi sento grato.
Non è possibile vivere senza paura, ansia, tristezza: saremmo morti. Invece vi vedo molto vivi. Le emozioni fanno parte della nostra natura e ci danno la possibilità di vivere come esseri umani. La nostra esperienza ci insegna ad accettare che ciò che sta accadendo si può accogliere e integrare. La sofferenza è la mancata accettazione di ciò che è.

I bambini vivono nel presente: piangono, ridono, fanno i capricci, corrono, saltano, e dormono in maniera speciale perché “cadono” addormentati. Le emozioni non si installano nel loro corpo: vivono attraverso di esso, ma non si radicano.
Ma noi viviamo in una società che ci dice che cosa dobbiamo sentire, e il bambino non capisce perché non può provare quello che in realtà sta sentendo. Il bambino ha paura di perdere l’affetto dei genitori e quindi inizia a fare cose che non sente. Non sono i bambini ad avere i problemi: siamo noi che vogliamo un bambino diverso, ammaestrato. Non sto parlando di un bambino educato, ma ammaestrato: che non dà fastidio. E così non giochiamo più e diventiamo tristi.
Nel mio primo libro c’è una teoria, conosciuta come “teoria delle strutture”, che dice che nessuna emozione, per quanto possa apparire limitante, lo è fino in fondo. Esiste un’intenzione positiva in questa limitazione: una ragione interna, un guadagno.

Mia madre, che è molto CHICORY, patisce quando viaggio e mi chiede di dirglielo solo quando sono tornato, così non si preoccupa. Lei dice che soffre molto per me. E io le dico: “Ma perché devi soffrire per me?”. E lei: “Ma se non soffro io, chi deve soffrire per te?”. Lei pensa che soffrire sia amare: il soffrire le dà la misura dell’intensità del suo amore per me. Se le chiedo di non soffrire, le chiedo di non amare. Come terapeuta, il mio compito è cercare di farle trovare un nuovo modo di amare.
I bambini che mettono in atto delle limitazioni lo fanno perché non riescono a trovare un’altra forma per raggiungere il loro scopo.

Nella parte posteriore delle schede ci sono le limitazioni e le intenzioni positive della limitazione, cioè ciò che si ottiene mettendo in atto quel comportamento, indipendentemente dalla sofferenza. C’è poi l’insegnamento che il soggetto deve integrare in quella struttura e alcune raccomandazioni per aiutare il bambino. Con questo strumento possiamo sostenere lo sviluppo e la stabilizzazione del bambino.
La vita è un gioco.

Il terapeuta è colui che vive nel presente, perché può creare. Guardando ciò che indossate, come state seduti, ecc., stimolate la mia memoria e i miei pregiudizi, che vengono proiettati su di voi. Per questo devo lavorare tutto il tempo su me stesso e devo rendermene conto per essere un buon terapeuta. Devo dimenticare che io sono il terapeuta.
Bach dice che il terapeuta non è altro che un canale. E non sto parlando di canalizzazione, ma di uno stato che commuove: uno stato che mi permette di conoscere l’altra persona dal punto di vista della prospettiva dell’anima. Io sto solo accompagnando. Accompagno il sentimento, ma non voglio alterare il sentimento.

Quando un bambino piange gli si dice di smetterla perché il pianto dà fastidio. Invece di vivere direttamente quel sentimento, lo si vuole reprimere. La stessa cosa accade con i nostri pazienti: il terapeuta vuole “tirare fuori” da quello stato il paziente, perché noi, come terapeuti, cerchiamo il successo; quindi, più pazienti “guarisco”, più sono bravo. Ma noi non possiamo fare questo, perché non abbiamo il potere di sanare le persone. Il terapeuta deve facilitare il transito per lo sviluppo dell’anima.

Quando una persona si denuda completamente, quando avverte che non c’è altro, allora possiamo dire che il terapeuta ha raggiunto la sua quota di partecipazione alla terapia. Quando il paziente ti dice che ti sta raccontando qualcosa che non ha mai raccontato a nessuno, è in quel momento che può emergere la nudità dell’anima. C’è solo amore.
Un terapeuta che non vive questo stato difficilmente potrà fare terapia. Dice Bach che una persona che non sia libera, che non sia un leader nella sua specialità, non può aiutare gli altri: perché come facciamo a far raggiungere quello stadio di pace se noi non lo conosciamo? L’atto terapeutico non è un atto tecnico. La tecnica è un supporto, uno strumento. La prima cosa che ci permette di essere terapeuti è l’umanità. Per quanta tecnica e memoria si possa contenere, deve essere mossa dall’amore: aspetto primario e creativo dell’essere.

La floriterapia non è solo un aspetto sanitario del mondo: è un modo diverso di guardare il mondo. Non si può essere terapeuti solo alcune ore del giorno, perché la definizione di terapeuta implica proprio uno stato dell’essere che si percepisce dall’esterno: un microclima amoroso, uno spazio che, ovunque passi, deve essere amabile, pulito, impregnato delle qualità dell’anima.
Noi quindi siamo l’anima. Non dobbiamo “raggiungere” l’anima: siamo anima. Se sentite la vostra anima nel corpo, potrete vivere come anime, perché l’anima non è fuori da noi: è qui, ora, sta nell’aria, nel corpo, nella terra. Siamo qui per riconoscere la nostra grandezza come anime, non per combattere contro il corpo. Bach parla esplicitamente dell’integrazione di mente, corpo e anima.

Se ora siamo capaci di dimenticarci di quello che abbiamo vissuto o che ci hanno fatto vivere, allora generosità, compassione, dolcezza, fermezza, calma, certezza, capacità di comprendere, allegria, coraggio rimarranno presenti qui e adesso, in ognuno di noi. Non possiamo pensare di ottenerlo domani, se non consideriamo possibile ottenerlo adesso.
Molto tempo fa ci hanno raccontato qualcosa che ci impedisce di essere felici ora, in questo istante. Se c’è qualcosa che vi impedisce di essere felici, è perché lo portate qui; ma in realtà qui non c’è nulla: è nella vostra mente, non nell’anima. Per questo esistono i rimedi: per capire che siamo anima, non per eliminare i sintomi.
L’essenza del lavoro di Bach è sradicare l’ignoranza, non eliminare la malattia come noi la intendiamo. La malattia è il sintomo che ci dice che non stiamo ascoltando ciò che siamo. Dobbiamo far capire che la malattia è un alleato, per ritrasmetterci la libertà di poter essere ciò che si è. Bach dice che bisognava pensare la malattia in maniera differente per guarire.

Non parlava solo dei rimedi floreali, ma del paradigma. Disse anche che, se i medici non cambiavano il loro modo di pensare, la floriterapia sarebbe caduta in mano a religiosi. Se mi trasformo nel terapeuta che “ha il potere di salvare”, taglio l’amore, perché, essendo il terapeuta, io detengo il potere. Dal momento che tutti noi siamo uno, quello che sto facendo è gridare alla parte più profonda di me.

Ci sono terapeuti crudeli, che amano dare fastidio agli altri esseri umani, e mi chiedo come possano aiutare a stare bene le persone con quella faccia. Come si fa a scegliere un mestiere pensando che così si possono guadagnare soldi e fare carriera? In Spagna ho conosciuto persone che, non potendo diventare medici, sono diventate floriterapeuti.
Il terapeuta deve aiutare le persone a godere della vita. E questo è semplice come cercare di ristabilire una connessione con se stessi. Perché la qualità dell’anima è l’allegria, che non è né felicità né entusiasmo. L’allegria è uno stato sereno, profondo, che si mantiene nel tempo solo per il fatto di essere vivi, perché siamo anima: ed è proprio questa la nostra qualità. Bach parla in tutta la sua opera proprio di questo: fomentare la libertà per poter esprimere se stessi.
Non è possibile essere vivi e non andare in crisi. Bach dice che la crisi è un’opportunità: è un momento di parentesi della personalità affinché l’anima possa riportarci alla sua essenza. La società è un luogo di consumo e lavoro: se non produci non sei nulla; lavori, produci, lavori, fino alla morte. La vita accade mentre facciamo altre cose, perché non ci permettiamo di fermarci per pensare.

Adesso, se guardassimo ciò che siamo e ciò che sentiamo, potremmo sentire l’abbraccio dell’anima e la serenità della mente, e sentire la pienezza dell’amore nel cuore, perché in questo momento — proprio adesso — non abbiamo bisogno di niente. Solo dopo la mente ci metterà davanti molti obiettivi. Rispettate questo silenzio per essere coscienti della grandezza dell’anima, e prendete e date i fiori per ricordarvelo e ricordarlo.
Cambiate l’idea della malattia e vivete nella virtù. Il terapeuta è invisibilità, sparizione. Il terapeuta nasce quando la personalità non ostruisce. Il nostro unico lavoro è liberarci dal giogo. È terapeuta chi non interferisce: cosa che, invece, è la tendenza della nostra personalità.

(appunti di Antonella Napoli)
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La floriterapia non è una terapia medica, non costituisce diagnosi e cura medica e non la sostituisce in alcun modo. Le essenze floreali non sono farmaci e non hanno alcun effetto biochimico sull'organismo, ma agiscono solo sugli stati d'animo a livello emozionale in quanto non contengono particelle attive. Tutti gli esperimenti di autocura, interruzione o di riduzione arbitraria del dosaggio di farmaci prescritti, condotti al di fuori del controllo medico, ricadono esclusivamente sotto la responsabilità di chi li effettua.
Dr.ssa Antonella Napoli, Psicologa e floriterapeuta, P.I. 001355428886 Iscrizione OPL 16607
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