Oak: il dovere di resistere e la fatica di lasciarsi sostenere (Antonella Napoli)
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articolo aggiornato 8/2026
Come nasce questo approfondimento
Negli anni ho seguito con particolare interesse le riflessioni che Eduardo H. Grecco ha dedicato ai singoli Fiori di Bach, molte delle quali sono state pubblicate anche attraverso Facebook. Quelle pagine mi hanno spesso portata a tornare agli scritti originali di Edward Bach e a rileggere un’essenza da prospettive che nelle descrizioni più diffuse tendono a rimanere sullo sfondo. Da qui nasce questo approfondimento: dal confronto fra le diverse formulazioni di Bach nel tempo, dalle interpretazioni simboliche e psicologiche proposte da Grecco e dalle domande che questi materiali hanno fatto nascere nel mio lavoro di psicologa e floriterapeuta. Il testo che segue è una mia elaborazione; quando riprendo un’interpretazione specifica di Grecco la attribuisco esplicitamente, distinguendola sia dalle parole di Bach sia dalle considerazioni che aggiungo personalmente.
Ci sono persone sulle quali sembra possibile contare sempre. Sono quelle che affrontano un problema e cercano immediatamente che cosa fare, continuano quando gli altri si fermano, mantengono gli impegni anche nei periodi difficili e, se qualcuno ha bisogno, trovano ancora uno spazio per occuparsene. Spesso ricevono proprio per questo molta stima: sono forti, affidabili, responsabili, capaci di tenere insieme situazioni che altrimenti rischierebbero di crollare.
OAK appartiene a questo territorio e proprio per questo è facile fraintenderlo. La perseveranza, il senso del dovere, il coraggio e la disponibilità verso gli altri sono qualità autentiche. Bach stesso, nella descrizione ultima del 1936, definisce queste persone coraggiose e sottolinea che continuano ad affrontare grandi difficoltà senza perdere la speranza né diminuire lo sforzo. Il problema comincia quando questa forza perde flessibilità e diventa l’unica modalità consentita: devo continuare, devo resistere, devo farcela, perché fermarmi significherebbe sottrarmi a qualcosa che è mio dovere sostenere.
È una differenza importante. Non basta lavorare molto, assumersi responsabilità o attraversare un periodo particolarmente impegnativo per riconoscere una configurazione OAK. Una persona può fare moltissimo e riuscire comunque ad ascoltare la propria stanchezza, chiedere aiuto, modificare un progetto quando diventa insostenibile e riposarsi senza sentirsi in colpa. Un’altra può avere oggettivamente meno compiti e vivere ogni interruzione come un cedimento, perché ha imparato a misurare il proprio valore attraverso ciò che riesce a sopportare e a portare a termine. Seguire le diverse descrizioni di Bach permette di capire come questo nucleo emerga progressivamente.
Nel 1933, ne I Dodici Guaritori e i quattro Aiuti, OAK viene ancora descritto soprattutto all’interno della malattia cronica. Bach parla di persone che, pur disperando di guarire, continuano a sforzarsi e a lottare. Sono irritate dal fatto di essere ammalate perché la malattia impedisce loro di lavorare, di adempiere ai doveri quotidiani e di fare la propria parte. Soffrono per la sensazione di essere diventate un peso e attribuiscono a se stesse la responsabilità della situazione. In questa prima descrizione compare anche una frase molto significativa: odiano non riuscire più a svolgere il proprio «ruolo nella recita della vita» e possono percepirsi come fallite.
Bach aggiunge, nel linguaggio medico dell’epoca, riferimenti a gravi alterazioni dell’equilibrio fisico e mentale, con la difficoltà a tollerare che il corpo o una condizione di vita impediscano di continuare a fare ciò che si ritiene necessario.
Nel 1934 la descrizione si restringe. Rimane la persona che lotta con tutte le proprie forze per guarire, che è contrariata perché la malattia le impedisce di lavorare e che, anche quando ritiene scarse le possibilità di miglioramento, prova tutto ciò che è nelle sue possibilità per tornare a essere utile.
Nella descrizione ultima del 1936, Bach estende OAK alle «questioni della vita quotidiana». Non parla più soltanto di chi combatte contro una malattia: descrive chi continua a provare una strada dopo l’altra anche quando il proprio caso può sembrare senza speranza, chi è insoddisfatto di sé quando la malattia interferisce con i doveri o con la possibilità di aiutare gli altri e chi affronta grandi difficoltà senza perdere speranza o impegno.
Eduardo H. Grecco parte proprio da questi elementi e li porta in una direzione molto più simbolica. OAK diventa nelle sue riflessioni il rimedio della resistenza, del sacrificio, della forza trasformata in corazza, del debito che sembra dover essere continuamente pagato e del rapporto fra sforzo e grazia. La quercia stessa assume il valore di un archetipo: solidità, durata, potere, tradizione, capacità di sostenere e, nella sua Ombra, difficoltà a piegarsi e ad accogliere il cambiamento.
Per approfondire il pensiero di Eduardo H. Grecco
Nelle riflessioni di Grecco, OAK è uno dei fiori nei quali appare con particolare chiarezza il tema della corazza. I Sette Aiuti, nella sua lettura, descrivono modalità che il tempo ha reso più stabili: risposte inizialmente utili che, ripetute e irrigidite, possono finire per limitare la libertà della persona.
Nel caso di OAK la risposta è resistere. Quando arriva una difficoltà si aumenta lo sforzo, quando compare la stanchezza si cerca di superarla, quando la vita pone un limite si reagisce come se quel limite fosse un avversario. A questa dinamica Grecco collega il sacrificio, il dovere, l’impossibilità di concedersi piacere, l’idea di dover saldare debiti emotivi e, sul piano archetipico, la quercia come immagine di una forza che attraversa il tempo.
Riflessioni su Oak
La vita di Bach nel periodo della scoperta di Oak
Nella
storia della floriterapia si è talvolta costruita intorno a Bach l’immagine
dell’uomo perseguitato dall’istituzione medica, quasi di un martire che avrebbe
dovuto difendere una verità rivoluzionaria contro un sistema intenzionato a
soffocarla. Grecco rifiuta questa lettura agiografica.
Quando
esamina la corrispondenza fra Bach e il General Medical Council, la interpreta
come un confronto duro fra due posizioni molto differenti, senza trovarvi le
caratteristiche di una persecuzione personale. L’istituzione chiedeva a Bach di
adeguare la propria condotta alle norme professionali del tempo; Bach
rispondeva facendo prevalere ciò che considerava il proprio dovere verso i
malati. Il conflitto era reale, così come la distanza fra la medicina che Bach
stava costruendo e il paradigma medico dell’epoca. Questo non richiede, secondo
Grecco, di trasformarlo in «Santo Bach» né l’ordine professionale in una sorta
di inquisizione.
Grecco
porta poi l’attenzione sulla vita massonica di Bach. Ricorda che nel 1933 fu
nominato membro onorario della Norbury Lodge e che, nello stesso periodo, fu
sospeso per tre anni dalla Warwickshire Lodge per il mancato pagamento delle
quote. Si domanda quale impatto possa avere avuto su Bach un episodio simile,
soprattutto considerando che era stato profondamente coinvolto nella
massoneria.
Grecco
ammette di non avere testimonianze che ci dicano come Bach visse quell’episodio
e formula quindi un’ipotesi: potrebbe aver sperimentato una forte delusione. Da
questa possibile corrispondenza passa poi al fatto che OAK compare proprio in
quella fase della sua vita. La sua biografia mostra in quegli anni una notevole
capacità di perseverare. Aveva lasciato Londra, ridotto progressivamente il
proprio legame con la medicina convenzionale, attraversato difficoltà
economiche, mantenuto un confronto con le istituzioni e continuava a sviluppare
un sistema terapeutico che ancora non aveva raggiunto la sua forma finale.
GORSE,
il primo degli Aiuti, viene preparato nei dintorni di Marlow-on-the-Thames
intorno alla Pasqua del 1933; successivamente Bach torna a Cromer e prepara OAK
utilizzando le piccole infiorescenze femminili delle querce che crescevano
intorno all’antico accampamento romano di Felbrigg, nel Norfolk.
Marlow
rimane comunque importante nella lettura di Grecco. È un luogo sul Tamigi al
quale Bach sembra essere stato legato e che richiama anche una sua antica
passione per il canottaggio. Grecco immagina che potesse rappresentare per lui
uno spazio di raccoglimento, un luogo nel quale riposare, riflettere e
continuare il proprio lavoro.
La
domanda che Grecco pone è che cosa stava cercando Bach quando incontrò OAK? Se
torniamo alla prima descrizione del 1933, troviamo una persona che continua a
combattere anche quando non crede più facilmente nella guarigione, che soffre
perché non può adempiere ai propri doveri, che teme di diventare un problema
per gli altri e che attribuisce a se stessa la responsabilità.
Questa
immagine può risuonare con alcuni aspetti della vita di Bach, ma soprattutto
introduce il grande tema di OAK: quando il dovere e la capacità di resistere
sono così importanti da rendere difficile accettare che esistano momenti nei
quali non possiamo, o non dobbiamo, continuare nello stesso modo.
Oak: La resistenza ed il sacrificio
Grecco
parte da una parola apparentemente positiva: sforzo. Sforzarsi implica
utilizzare energia per superare una resistenza. Richiede costanza, fermezza,
pazienza, perseveranza e capacità di mantenere una direzione anche quando
compaiono ostacoli. Molte cose importanti della vita non potrebbero essere
costruite senza questa qualità. Un percorso lungo, una responsabilità
familiare, un progetto impegnativo, una riabilitazione o una fase difficile
richiedono spesso di continuare anche quando sarebbe più semplice lasciar
perdere. La domanda di OAK riguarda il momento nel quale questa risorsa perde
proporzione.
Per
Grecco, il problema non è lo sforzo in sé. È la convinzione che ogni cosa
significativa debba essere conquistata attraverso lo sforzo. Davanti
all’ostacolo OAK tende ad aumentare la spinta. Se c’è una resistenza, si
resiste di più. Se la situazione richiede energie che cominciano a mancare, si
tenta comunque di trovarne altre. Se il corpo manda un segnale di stanchezza,
quel segnale può essere trattato come un’interferenza rispetto a ciò che deve
essere fatto.
La
persona può diventare molto capace di funzionare «insieme al problema». Julian
Barnard ha sottolineato proprio questa particolare capacità di adattamento: OAK
può continuare con la propria vita pur portando con sé una difficoltà
importante, organizzandosi intorno ad essa quasi come se non ci fosse. È una
risorsa finché permette di vivere, ma diventa problematica quando impedisce di
riconoscere ciò che la difficoltà sta chiedendo.
Questo
permette di capire meglio anche il significato del sacrificio.
Sacrificarsi
non è necessariamente patologico. Ci sono momenti nei quali scegliamo
liberamente di rinunciare a qualcosa per una persona che amiamo, per un
progetto importante o perché attraversiamo una situazione che richiede priorità
diverse. Il sacrificio può avere senso ed essere persino nutriente quando nasce
da una scelta che riconosciamo come nostra.
In
OAK il problema compare quando sacrificarsi diventa quasi un requisito
identitario: mi occupo degli altri perché è mio dovere; continuo perché non
posso essere io quello che molla; faccio anche questa cosa perché so che gli
altri non riuscirebbero a farla; sopporto perché ho sempre sopportato.
Il
comportamento esterno può apparire ammirevole e spesso lo è realmente. Grecco
invita però a guardare anche la funzione che può avere. L’aiuto di OAK potrebbe
essere una «maschera» dietro la quale verrebbe nascosto un compito dell’Anima
rimasto in sospeso. In alcuni casi, contemporaneamente, può diventare anche un
modo per organizzare la propria identità intorno all’essere indispensabile,
evitare di incontrare bisogni personali o mantenere lontano il senso di
vulnerabilità che emergerebbe se ci si concedesse di non reggere tutto. La
stessa azione, quindi, può avere funzioni molto differenti.
Questo
vale anche quando confrontiamo OAK con altri fiori nei quali compare il tema
dell’aiuto. CENTAURY può fare molto per gli altri perché incontra difficoltà a
sottrarsi alle richieste e a riconoscere il proprio limite; CHICORY può aiutare
perché il legame, il bisogno di essere necessario e il desiderio di mantenere
vicinanza diventano centrali; VERVAIN tende a offrire ciò in cui crede e può
cercare di coinvolgere gli altri nella propria visione; OAK vive maggiormente
il servizio attraverso il dovere, la responsabilità e il sacrificio.
Dire
semplicemente «aiuta sempre tutti» non basta quindi a distinguere un fiore. Occorre
chiedersi perché quella persona non riesce a smettere di aiutare.
Il
confronto con GORSE è altrettanto illuminante. Nelle prime descrizioni entrambi
possono trovarsi davanti a una situazione nella quale la speranza di riuscire
appare molto ridotta. GORSE smette progressivamente di investire; OAK aumenta
il proprio impegno. In termini simbolici Grecco dice che GORSE consegna il
proprio potere a un destino considerato immutabile, mentre OAK lo affida allo
sforzo e al sacrificio. Una frase potrebbe essere: «Se continuo a combattere
abbastanza, qualcosa dovrà cedere» ed è qui che la perseveranza rischia di
diventare resistenza alla realtà.
Ci
sono situazioni che richiedono un ulteriore tentativo, altre richiedono un
cambiamento di strategia. Alcune chiedono di aspettare, altre ancora contengono
un limite che, almeno per il momento, non può essere superato.
Quando
ogni limite viene vissuto come un avversario, l’unico modo di rispondere sembra
diventare combattere.
In
questo senso possiamo capire il rischio di ignorare i segnali di sovraccarico.
Grecco parla di persone che continuano oltre i propri limiti e arrivano
talvolta al crollo fisico o emotivo. Possiamo riconoscere una dinamica
psicologica ben comprensibile: se i segnali di stanchezza vengono costantemente
ignorati, diventa più difficile modulare lo sforzo prima che le risorse siano
fortemente ridotte. E qui appare il paradosso di OAK. La sua più grande forza
può diventare il punto nel quale perde libertà.
Oak: cosa ci insegna
Grecco vede nella direzione positiva di OAK qualcosa di molto diverso dal diventare ancora più forti, determinati o resistenti che sono qualità già presenti. Ciò che manca è la possibilità di procedere senza essere costretti a combattere.
Nel suo linguaggio, OAK deve scoprire che l’evoluzione non avviene soltanto attraverso lo sforzo e il dolore. Esiste anche la grazia: ciò che arriva quando la personalità smette di pensare di dover produrre, controllare e conquistare ogni passaggio e lascia uno spazio all’azione dell’Anima.
«Grazia» è qui una parola spirituale e simbolica. Psicologicamente possiamo avvicinarla alla capacità di ricevere, di riconoscere ciò che non dipende interamente dalla volontà, di permettere a un processo di maturare senza spingerlo continuamente.
Pensiamo a quante esperienze della vita non possono essere accelerate semplicemente impegnandosi di più. Un lutto ha i propri tempi, una relazione non può essere costruita da una sola persona, un corpo in convalescenza segue ritmi che non coincidono sempre con i nostri programmi. Un figlio, un partner o un paziente conservano una libertà che nessuna quantità di impegno da parte nostra può sostituire. Persino un progetto professionale può richiedere momenti nei quali continuare a insistere produce meno di quanto produrrebbe fermarsi e ripensare la direzione.
Grecco utilizza una formulazione molto forte: la vita non è uno scontro, è un accordo. La trovo interessante come invito alla negoziazione con la realtà. Questo non significa accettare passivamente ogni cosa che accade, né rinunciare al desiderio di modificarla. Significa riconoscere che vivere comporta continuamente una relazione fra volontà e limite, azione e attesa, decisione personale e circostanze che non controlliamo. OAK tende a privilegiare il primo polo, la sua crescita richiede di recuperare anche il secondo.
È qui che il piacere acquista un significato particolare. Grecco sottolinea che il servizio non dovrebbe richiedere la continua posticipazione di se stessi e che amare non significa costruire relazioni fondate sulla dipendenza o sull’abnegazione.
Per una persona molto identificata con il dovere, il piacere può sembrare quasi sospetto: riposerò quando avrò finito, farò qualcosa per me quando tutti gli altri saranno sistemati, mi concederò una vacanza quando questo periodo sarà passato. Il problema è che può esistere sempre un altro compito, un’altra urgenza, qualcuno che ha bisogno.Il riposo viene così trasformato in un premio che deve essere meritato attraverso una quantità sufficiente di lavoro. E siccome la soglia del «sufficiente» continua a spostarsi, il premio può non arrivare mai.
La trasformazione di OAK riguarda allora anche il diritto ad avere bisogni che non devono essere giustificati attraverso l’utilità. Riposo perché sono stanco, non perché ho completato tutto. Chiedo aiuto perché ho un limite, non perché ho dimostrato prima di aver fatto il massimo. Mi concedo qualcosa di piacevole perché il piacere appartiene alla vita, non perché lo abbia guadagnato attraverso una sofferenza equivalente. Questo passaggio può essere sorprendentemente difficile.
Se per molti anni la forza ha garantito identità, riconoscimento e sicurezza, lasciarsi aiutare può essere vissuto come perdita di valore. La persona che tutti chiamano quando c’è un problema può non sapere che cosa fare quando è lei ad aver bisogno di qualcuno.
È qui che distinguerei responsabilità e onnipotenza. Essere responsabili significa riconoscere la parte che ci compete e prendercene cura. L’onnipotenza comincia quando agiamo come se tutto ciò che accade dipendesse dalla nostra capacità di intervenire. Posso essere un genitore responsabile senza controllare ogni scelta di mio figlio. Posso prendermi cura di una persona malata senza avere il potere di determinarne il decorso. Posso svolgere bene il mio lavoro senza essere responsabile di ogni problema dell’organizzazione. Posso aiutare qualcuno senza fare al suo posto ciò che appartiene alla sua vita.
Per OAK questa distinzione restituisce misura.
Grecco dice che occorre avere fiducia nella vita, nei suoi cicli e nei suoi cambiamenti. Psicologicamente potremmo dire: riconoscere quando è il momento di agire e quando un’altra forma di partecipazione è più adeguata.
La forza smette così di coincidere con il «tenere duro», comprende anche il poter cambiare, rallentare, cedere qualcosa, ricevere e, quando serve, fermarsi.
Oak: debito emotivo inconscio da pagare
Grecco propone che dietro l’eccesso di responsabilità di alcune persone OAK potrebbe esistere la sensazione inconscia di avere un debito da pagare. Lo collega a esperienze dell’infanzia e, in alcuni casi, a memorie e colpe familiari trasmesse attraverso le generazioni.
Le domande da porsi allora sarebbero: perché sento di dover fare sempre più della mia parte? Che cosa temo accadrebbe se smettessi? Verso chi mi sento in debito? Che cosa credo di dover restituire? Mi è stato insegnato che ricevere crea automaticamente un obbligo? Posso avere qualcosa senza doverlo ripagare attraverso il sacrificio? Sono domande che, in alcune storie, aprono territori molto significativi.
Una persona può essere cresciuta in una famiglia nella quale veniva apprezzata soprattutto quando era autonoma, responsabile, «brava» e poco problematica. Un bambino può aver imparato molto presto che i genitori avevano già abbastanza difficoltà e che il modo migliore per essere amato consisteva nel non aggiungere ulteriori pesi. In altre situazioni un figlio può aver assunto concretamente compiti che appartenevano agli adulti, diventando quello che protegge, media, accompagna o risolve. In età adulta questa competenza rimane spesso reale.
Il problema è che può essersi intrecciata con una convinzione più profonda: ho valore quando sostengo.
La persona non si sente necessariamente in colpa in modo consapevole, può semplicemente avvertire un disagio molto forte quando prova a sottrarsi a una responsabilità, anche quando razionalmente sa che non le appartiene.
Grecco parla anche di «eredità» provenienti dalle generazioni precedenti. Le famiglie trasmettono certamente valori, ruoli, racconti, aspettative, modalità relazionali e idee su che cosa significhi essere una «brava persona». È possibile crescere in una cultura familiare nella quale il sacrificio viene idealizzato, il piacere guardato con sospetto, il lavoro associato alla dignità e il riposo alla pigrizia. Il «debito» diventa allora ciò che una persona sente di dover continuamente compensare.
Non ho fatto abbastanza. Mi hanno dato tanto, quindi devo esserci sempre. Ho avuto più opportunità degli altri, quindi non posso lamentarmi. Sono quello forte della famiglia, quindi non posso essere io ad avere bisogno. A volte il creditore non è neppure più una persona reale. È diventato un giudice interiore, ed è un creditore particolarmente difficile da soddisfare, perché ogni sacrificio genera soltanto la richiesta di quello successivo.
Oak: l’archetipo della quercia
Grecco ricorda che, nella tradizione europea, gnostica e alchemica, la quercia occupa nel regno vegetale una posizione paragonabile a quella dell’aquila e del leone nel mondo animale: forza, regalità, potenza spirituale. La definisce inoltre simbolicamente «androgina», cioè capace di contenere in sé polarità che normalmente vengono percepite come opposte.
«Maschile» e «femminile» nel linguaggio simbolico utilizzato da Grecco rappresentano principi psichici: volontà, ragione, azione e direzione da un lato; ricettività, eros, emozione, intuizione e corpo dall’altro.
Per Grecco la quercia non è soltanto la pianta dalla quale Bach prepara il rimedio. È una figura archetipica che attraversa miti, religioni e tradizioni alchemiche e che permette di comprendere OAK da una prospettiva differente.
Una delle immagini con cui apre questa riflessione è il crepuscolo che appartiene contemporaneamente alla luce e all’oscurità. Non è più pienamente giorno e non è ancora notte; oppure, nell’aurora, la notte non è ancora terminata e il giorno sta già cominciando, un movimento nel quale ogni condizione contiene già il passaggio verso quella successiva.
L’acqua scorre, muta, non conserva mai perfettamente la stessa forma. La quercia, al contrario, sembra rappresentare la permanenza. Può vivere per secoli, attraversa generazioni umane, resta nello stesso luogo e trasmette un’impressione di stabilità quasi fuori dal tempo.
Grecco mette in tensione proprio queste due immagini: il divenire dell’acqua e la permanenza della quercia che è la polarità particolarmente adatta a OAK.
La sua forza consiste nel rimanere, la sua difficoltà può emergere quando rimanere diventa resistere anche al cambiamento necessario.
L’archetipo della quercia contiene quindi un paradosso: è il grande albero della solidità e, nello stesso tempo, vive attraverso trasformazioni continue. Cambia stagione, perde foglie, produce nuove gemme, assorbe acqua e luce, attraversa siccità e temporali. La sua stabilità non deriva dall’immobilità.
È una distinzione preziosa anche psicologicamente: essere stabili non significa fare sempre la stessa cosa, essere affidabili non significa non modificare mai i propri limiti, essere forti non significa impedire alla realtà di trasformarci.
Grecco entra poi nel territorio dell’alchimia. Nella sua lettura simbolica, il legno e le ceneri della quercia vengono collegati al Fuoco Sacro; la quercia cava richiama l’Athanor, il forno alchemico nel quale la materia viene sottoposta al processo di trasformazione. L’immagine dell’albero cavo assume contemporaneamente un valore materno: contenitore, grembo, luogo nel quale qualcosa viene trasformato prima di rinascere in un’altra forma.
Il simbolo diventa così particolarmente ricco. L’albero che appare come emblema di forza e verticalità contiene al proprio interno uno spazio ricettivo. Ritroviamo ancora una volta l’integrazione fra i principi simbolicamente maschile e femminile: solidità e accoglienza, volontà e trasformazione, struttura e grembo.
Grecco collega inoltre la quercia al fulmine e a Zeus. Il fatto che grandi querce isolate siano frequentemente colpite dai fulmini ha favorito in diverse tradizioni l’associazione dell’albero con le divinità del cielo e del tuono. Nella Grecia antica la quercia era sacra a Zeus e l’oracolo di Dodona utilizzava proprio le querce nel proprio sistema divinatorio.
Da qui Grecco passa alla nave Argo. Secondo il mito, Atena inserisce nella nave degli Argonauti un pezzo di legno proveniente dalla quercia oracolare di Dodona, dotato della capacità di parlare e di guidare Giasone durante il viaggio verso il Vello d’Oro. Nella lettura alchemica recuperata da Grecco, il viaggio degli Argonauti può diventare metafora della ricerca della Pietra Filosofale e, più ampiamente, del processo di trasformazione interiore.
È importante rimanere per qualche istante dentro questo registro. La quercia non rappresenta qui soltanto chi resiste, è anche ciò che orienta il viaggio. La forza, se ascoltata nella sua dimensione più profonda, non serve soltanto a sopportare, può diventare capacità di mantenere una direzione senza irrigidirsi nella battaglia.
Grecco estende la simbologia anche alla guarigione e ricorda il rapporto mitico fra il legno sacro e le figure della medicina. Quello che gli interessa è soprattutto l’idea che il processo terapeutico abbia qualcosa di alchemico: una trasformazione che richiede sia partecipazione personale sia disponibilità ad accogliere ciò che non produciamo direttamente.
GORSE rappresenta la grazia e OAK lo sforzo. Sono, nella sua lettura, le due ali necessarie al viaggio dell’Anima. Se ci fosse soltanto grazia, potremmo aspettare che la vita faccia tutto al nostro posto. Se ci fosse soltanto sforzo, potremmo credere che qualunque trasformazione dipenda esclusivamente dalla quantità di energia che riusciamo a esercitare. La maturazione richiede entrambe.
Ci sono momenti nei quali occorre agire, decidere, perseverare e attraversare la fatica, e momenti nei quali bisogna permettere, ricevere, aspettare.
Lasciare che una parte del processo si compia senza essere continuamente forzata dalla volontà. Per OAK questa seconda ala può essere la più difficile da riconoscere.
Oak e Vervain
OAK e VERVAIN possono apparire molto simili, soprattutto se li osserviamo
attraverso il comportamento.
Entrambi
possiedono una notevole capacità di impegno. Possono essere tenaci, fedeli a
ciò in cui credono, capaci di affrontare difficoltà e disposti a sostenere un
costo personale importante pur di portare avanti ciò che considerano giusto.
Entrambi possono assumere ruoli nei quali occorre orientare, sostenere,
consigliare o guidare.
Grecco
li definisce, simbolicamente, guerrieri. La
somiglianza però si riduce quando guardiamo che cosa alimenta quella lotta.
Nella
sua lettura OAK è molto legato al passato. È il guardiano, colui che custodisce
l’eredità, la tradizione, gli impegni assunti, ciò che deve essere mantenuto.
C’è una continuità da proteggere e una responsabilità da onorare.
VERVAIN
guarda maggiormente verso il futuro. Ciò che lo muove è il desiderio che
un’idea, una causa o una convinzione possano modificare ciò che verrà. Cerca di
portare nel domani ciò che sente vero oggi, desidera diffonderlo, comunicarlo e
renderlo capace di generare cambiamento.
Questa
distinzione è molto interessante perché permette di comprendere due modalità
della perseveranza.
OAK
dice: «Non posso abbandonare ciò che mi è stato affidato».
VERVAIN
può dire: «Non posso rinunciare a ciò in cui credo».
Il
primo protegge una continuità. Il secondo spinge verso una trasformazione.
Grecco
trova una vicinanza anche sul piano morale ed etico. Entrambi possono avere
standard elevati e vivere i propri valori con grande serietà. Nella sua
lettura, in OAK questo orientamento assume la forma del fervore legato al
dovere e alla fedeltà; in VERVAIN può irrigidirsi maggiormente nella
convinzione, fino al rischio del dogmatismo.
La
differenza funzionale rimane comunque chiara. VERVAIN tende a portare la
propria convinzione verso l’esterno: argomenta, propone, cerca adesione, vuole
che qualcosa venga visto e condiviso. OAK tende maggiormente a prendere il peso
su di sé.
Possiamo
vedere due persone impegnarsi nella stessa causa e fare moltissimo.
Una
continua perché sente di avere la responsabilità di non lasciare cadere ciò che
è stato costruito. L’altra continua perché la propria visione le appare così
importante da volerla diffondere e realizzare. Lo stesso comportamento esterno
nasce da due movimenti diversi.
Grecco
estende questa polarità anche alle relazioni affettive.
Descrive
OAK come maggiormente orientato alla stabilità, alla fedeltà e alla continuità
del legame. Proprio l’importanza attribuita alla lealtà può renderlo, nel suo
modello, particolarmente vulnerabile quando incontra tradimento, inganno o
rottura di un patto. Gli standard elevati che applica a se stesso possono
essere estesi alla relazione e creare sofferenza quando l’altro si muove dentro
«grigi» che OAK vive con difficoltà.
VERVAIN
viene rappresentato in modo più mobile: intenso nell’esperienza, capace di
investirsi profondamente nel presente, e insieme maggiormente orientato verso
ciò che lo chiama alla tappa successiva.
Sul
piano archetipico Grecco spinge infine il confronto molto più lontano. OAK
viene accostato ad Ade, VERVAIN a Dioniso, inverno ed estate, Saturno e Giove.
Sono
immagini di polarità. Ade appartiene al mondo sotterraneo, alla profondità,
alla permanenza, a ciò che viene custodito lontano dalla superficie. Dioniso
irrompe nella vita, nell’espansione, nell’estasi, nel movimento e nella rottura
dei confini abituali.
Grecco
osserva inoltre che, nella mitologia, Dioniso e Ade possono essere letti come
figure sorprendentemente vicine, fino a diventare due volti di uno stesso
principio. Il suo scopo non è stabilire una corrispondenza mitologica rigida
fra divinità ed essenze: utilizza il mito per mostrare che due modalità
apparentemente opposte possono appartenere alla stessa dinamica più profonda.
È
precisamente quello che accade con OAK e VERVAIN. Entrambi possiedono forza,
volontà e capacità di sacrificio.
OAK
tende a conservare. VERVAIN tende a propagare.
OAK
sostiene ciò che deve durare. VERVAIN alimenta ciò che deve nascere.
OAK
rischia di rimanere troppo a lungo sotto un peso. VERVAIN rischia di consumare
troppe energie nella propria intensità.
La
direzione positiva di entrambi non consiste nel diventare deboli o
indifferenti. Richiede di restituire alla forza una misura.
Per
VERVAIN significa riconoscere che una verità non diventa più vera perché viene
sostenuta con maggiore intensità e che gli altri devono poter arrivare alle
proprie convinzioni con il loro ritmo.
Per
OAK significa riconoscere che una responsabilità non diventa più autentica
perché viene portata fino al sacrificio di se stessi.
Ed
è probabilmente qui che possiamo ritrovare il nucleo dell’intero rimedio.
OAK
possiede una forza reale. Sarebbe un errore leggere il suo percorso come
necessità di liberarsi dal dovere, dalla responsabilità o dalla perseveranza.
Sono qualità che appartengono alla sua parte più preziosa. La trasformazione
riguarda la libertà con cui vengono vissute: posso continuare e posso fermarmi,
posso sostenere e posso essere sostenuto, posso mantenere un impegno e
riconoscere che alcune condizioni lo hanno modificato.
Posso
prendermi cura degli altri senza trasformare la loro vita in una mia
responsabilità, attraversare una difficoltà senza considerare ogni limite una
sconfitta, essere forte senza avere l’obbligo di dimostrarlo continuamente.
Grecco
parla di «grazia e sforzo». La
perseveranza è una risorsa quando rimane in dialogo con ciò che la vita sta
chiedendo. Diventa corazza quando l’unica risposta possibile a qualunque cosa
accada è stringere ancora di più i denti.
La
quercia non perde la propria forza quando attraversa l’inverno, non deve
dimostrare nulla continuando a produrre foglie, rimane quercia anche mentre
lascia andare ciò che, in quella stagione, non ha più bisogno di sostenere.
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Informazioni importanti sulla floriterapia
La floriterapia è un approccio complementare rivolto alla dimensione emozionale e al benessere della persona e non costituisce una terapia medica o psicologica, né sostituisce diagnosi, cure, psicoterapia o trattamenti prescritti da professionisti sanitari. Le essenze floreali non sono farmaci e le evidenze scientifiche disponibili non consentono attualmente di attribuire ai Fiori di Bach un’efficacia clinica specifica superiore al placebo. Nel mio lavoro la floriterapia viene proposta, quando appropriato, come strumento complementare all’interno di un percorso che tiene distinti l’intervento psicologico e l’utilizzo delle essenze floreali. Qualsiasi modifica o sospensione di farmaci o trattamenti prescritti deve essere valutata con il professionista sanitario che li ha indicati.
La floriterapia è un approccio complementare rivolto alla dimensione emozionale e al benessere della persona e non costituisce una terapia medica o psicologica, né sostituisce diagnosi, cure, psicoterapia o trattamenti prescritti da professionisti sanitari. Le essenze floreali non sono farmaci e le evidenze scientifiche disponibili non consentono attualmente di attribuire ai Fiori di Bach un’efficacia clinica specifica superiore al placebo. Nel mio lavoro la floriterapia viene proposta, quando appropriato, come strumento complementare all’interno di un percorso che tiene distinti l’intervento psicologico e l’utilizzo delle essenze floreali. Qualsiasi modifica o sospensione di farmaci o trattamenti prescritti deve essere valutata con il professionista sanitario che li ha indicati.
