«Finalmente in vacanza… ma non riesco a rilassarmi» (Antonella Napoli)
Articoli > 2026
- Quando il corpo continua a vivere come se dovesse fare qualcosa
- Il corpo non conosce la data d’inizio delle ferie
- La vacanza trasformata in una prestazione
- «Se non faccio niente, sto perdendo tempo»
- Quando nel silenzio affiora ciò che il fare teneva lontano
- La stanchezza che compare proprio quando ci fermiamo
- La noia come astinenza dagli stimoli
- Quando c’entra l’ADHD
- Non fare del rilassamento un altro dovere
- Entrare gradualmente in vacanza
- I Fiori di Bach e le essenze floreali
- Riposare significa anche imparare a fidarsi
- Schema riassuntivo: perché è così difficile rilassarsi in vacanza
Quando il corpo continua a vivere come se dovesse fare qualcosa
Per mesi abbiamo aspettato le
ferie immaginando il momento in cui avremmo finalmente potuto fermarci. Abbiamo
pensato che sarebbe bastato chiudere il computer, disattivare la sveglia,
lasciare la città o raggiungere il mare perché il corpo si distendesse e la
mente diventasse più leggera. Poi la vacanza arriva e qualcosa non accade come
avevamo previsto.
Anziché sentirci sollevati,
diventiamo irrequieti. Non sappiamo che cosa fare del tempo libero, ci
annoiamo, proviamo la sensazione di stare sprecando una giornata oppure
cominciamo a riempire ogni spazio con escursioni, visite, spostamenti e
programmi. Qualcuno continua a controllare le e-mail, qualcun altro non apre
mai il computer ma prosegue mentalmente il lavoro: ripensa alle cose lasciate
in sospeso, immagina ciò che troverà al ritorno, prepara conversazioni, risolve
problemi che in quel momento non sono ancora presenti.
Il corpo è formalmente in vacanza,
ma il sistema interno continua a vivere come se ci fosse qualcosa da
organizzare, prevenire o portare a termine.
Non significa necessariamente che
non amiamo le vacanze o che non siamo capaci di divertirci. A volte ci siamo
fermati all’esterno, mentre dentro di noi tutto sta ancora correndo.
Il corpo non conosce la data d’inizio delle ferie
Siamo abituati a pensare al riposo
come al semplice contrario dell’attività: prima lavoriamo, poi smettiamo di
lavorare e quindi ci rilassiamo. Il nostro organismo, però, non funziona come
un interruttore.
Il corpo non conosce il
calendario. Conosce le abitudini che abbiamo costruito, il ritmo al quale lo
abbiamo sottoposto, la quantità di attenzione e di controllo che gli abbiamo
chiesto di mantenere. Se per mesi ci siamo svegliati pensando immediatamente a
ciò che dovevamo fare, siamo passati da un compito all’altro senza vere pause e
abbiamo ignorato i segnali di stanchezza per continuare a essere efficienti,
non possiamo aspettarci che tutto questo scompaia appena varchiamo la porta di
un albergo.
Lo stress non riguarda soltanto la
presenza di un problema concreto. Riguarda anche la preparazione dell’organismo
a ciò che potrebbe accadere. Il concetto di carico allostatico descrive il
costo cumulativo degli adattamenti richiesti da una condizione di stress
prolungata: il sistema continua a mobilitare energia, attenzione e vigilanza
secondo uno schema appreso, anche quando le richieste esterne si sono
temporaneamente ridotte.
Per questo possiamo trovarci su
una spiaggia e continuare a respirare come se fossimo in ritardo. Le spalle
restano sollevate, la mascella contratta, il sonno leggero. Non stiamo più
lavorando, ma il corpo non ha ancora ricevuto sufficienti segnali di sicurezza
per abbandonare l’assetto del lavoro.
La vacanza trasformata in una prestazione
Alcune persone non riescono a
stare ferme e organizzano giornate densissime. Vogliono vedere tutto, approfittare
di ogni occasione, non perdere nemmeno un’ora. Anche il divertimento assume la
forma di un compito da eseguire bene.
Non c’è nulla di sbagliato
nell’amare una vacanza attiva. C’è chi si rigenera camminando, viaggiando e
conoscendo luoghi nuovi. La differenza non dipende dal numero delle attività,
ma dalla libertà con cui vengono scelte.
Possiamo alzarci presto per
un’escursione perché ne abbiamo davvero desiderio, oppure perché l’idea di una
mattina senza programma ci mette a disagio. Possiamo visitare una città con
curiosità o inseguire un elenco di monumenti senza avere il tempo di guardarli
veramente. Possiamo modificare un progetto quando siamo stanchi oppure
irritarci perché il corpo interferisce con ciò che avevamo stabilito.
Quando l’attività nasce dal
piacere conserva elasticità. Quando serve a difenderci dall’inquietudine, ogni
cambiamento diventa una minaccia. Abbiamo cambiato luogo e occupazione, ma
continuiamo a vivere attraverso la stessa postura interiore fatta di controllo,
risultato e prestazione.
«Se non faccio niente, sto perdendo tempo»
Per altre persone il disagio più
forte è la sensazione di stare sprecando il proprio tempo.
Dormire fino a tardi sembra una
debolezza, leggere un romanzo appare meno legittimo che occuparsi di qualcosa
di utile, trascorrere un pomeriggio osservando il mare suscita un sottile senso
di colpa. Il tempo acquista valore soltanto quando lascia dietro di sé un
risultato visibile.
Dietro questa difficoltà può
esserci una convinzione appresa molto presto. Forse siamo cresciuti in una
famiglia nella quale si lavorava continuamente e il riposo era ammesso soltanto
dopo avere terminato tutti i doveri. Forse abbiamo ricevuto riconoscimento
soprattutto quando eravamo responsabili, produttivi e disponibili. Oppure
abbiamo imparato a sentirci al sicuro attraverso il fare: finché ci occupiamo
di qualcosa, sappiamo chi siamo e quale dovrebbe essere il passo successivo.
Il problema è che i compiti non
finiscono mai davvero. C’è sempre qualcosa che potrebbe essere migliorato,
anticipato o sistemato. Se ci concediamo di riposare soltanto quando tutto sarà
concluso, il riposo verrà rimandato indefinitamente.
Fermarsi può allora aprire un
piccolo vuoto identitario. Senza il lavoro, gli impegni e le persone che
dipendono da noi, può emergere una domanda più profonda: «Chi sono quando non
devo dimostrare di essere utile?».
Quando nel silenzio affiora ciò che il fare teneva lontano
L’attività non è sempre soltanto
un’abitudine. A volte è anche una protezione.
Finché siamo occupati non sentiamo
pienamente la stanchezza, la tristezza, una solitudine nascosta, una tensione
di coppia o l’insoddisfazione per una vita diventata troppo stretta. Durante
l’anno possiamo non avere il tempo né lo spazio per ascoltare questi vissuti.
Quando il ritmo rallenta, ciò che era rimasto sullo sfondo diventa più
percepibile.
Non significa che dietro ogni
difficoltà a rilassarsi debba esserci necessariamente un dolore profondo.
Talvolta si tratta semplicemente del disorientamento prodotto dalla mancanza di
una struttura. Tuttavia, anche questo vuoto può essere difficile da tollerare
per chi è abituato a riempire ogni spazio.
Dire a una persona «devi imparare
a goderti la vita» serve a poco. Ciò che dall’esterno appare assurdo può avere
svolto per anni una funzione importante. Prima di lasciare andare il controllo,
il sistema interno deve sperimentare che è possibile sentirsi sufficientemente
sicuri anche senza governare ogni momento.
La stanchezza che compare proprio quando ci fermiamo
Nei primi giorni di vacanza alcune
persone, anziché sentirsi immediatamente meglio, avvertono un crollo
dell’energia. Compaiono sonnolenza, mal di testa, tensioni muscolari,
irritabilità o disturbi digestivi.
La stanchezza, probabilmente, non
è nata durante le ferie. Era già presente, ma le scadenze, l’attivazione e la
necessità di andare avanti l’avevano mantenuta in secondo piano. Quando la
pressione esterna diminuisce, il corpo può finalmente mostrare ciò che durante
l’anno non aveva trovato spazio. Un disturbo nuovo, intenso o persistente
richiede sempre un’adeguata valutazione medica. Possiamo però domandarci se
siamo stati davvero capaci di riconoscere la stanchezza oppure se abbiamo
chiesto al corpo di tacere fino a quando non era più indispensabile continuare
a funzionare.
La noia come astinenza dagli stimoli
La noia non indica necessariamente
che una persona non abbia interessi o non sappia stare con sé stessa. Dopo mesi
di richieste continue, notifiche, decisioni e problemi da risolvere, la
diminuzione degli stimoli può essere percepita quasi come un’assenza, una sorta
di “astinenza dagli stimoli”: venute meno le sollecitazioni abituali, il
sistema cerca qualcosa che riproduca il livello di attivazione al quale si è
abituato.
La noia può essere una fase di
passaggio. Non siamo più dentro il ritmo ordinario, ma non siamo ancora entrati
in un ritmo differente: il vecchio movimento si è interrotto, mentre un
desiderio autentico non è ancora diventato riconoscibile.
Se riempiamo immediatamente ogni
spazio, non sapremo mai che cosa sarebbe potuto emergere. A volte occorre
attraversare un po’ di vuoto prima di accorgersi che desideriamo leggere,
nuotare, passeggiare, dormire o semplicemente guardare ciò che ci circonda. Il
desiderio ha spesso un tempo più lento del dovere e non si presenta
necessariamente nel momento esatto in cui gli concediamo spazio.
Quando c’entra l’ADHD
Per alcune persone la difficoltà a fermarsi può essere collegata anche all’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Non tutte le persone con ADHD sono visibilmente iperattive, ma nell’età adulta può essere presente una forte irrequietezza interna, la sensazione di avere la mente continuamente in movimento o il bisogno di passare da uno stimolo all’altro. Le linee guida descrivono l’ADHD come una condizione neuroevolutiva caratterizzata, in combinazioni differenti, da difficoltà attentive, impulsività e iperattività o irrequietezza, con conseguenze significative nella vita quotidiana.In vacanza, la scomparsa della struttura lavorativa può rendere alcune difficoltà più evidenti. Durante l’anno gli orari, le scadenze e le urgenze offrono una cornice esterna che, pur risultando faticosa, organizza il tempo. Quando questa cornice viene meno, la persona può trovarsi davanti a giornate molto aperte, nelle quali deve decidere autonomamente che cosa fare, quando iniziare e quando interrompersi.
Per chi presenta difficoltà nelle funzioni esecutive, anche il tempo libero può diventare paradossalmente impegnativo. Si possono immaginare molte attività senza riuscire a sceglierne una, iniziare qualcosa e abbandonarlo poco dopo, passare rapidamente da un pensiero all’altro oppure cercare continuamente nuovi stimoli per contrastare una sensazione di vuoto o di sottostimolazione.
La ricerca ha rilevato un’associazione tra ADHD, maggiore propensione alla noia e difficoltà nel controllo dell’attenzione e nella memoria di lavoro. È stata inoltre descritta, in alcune persone con ADHD, una maggiore frequenza di pensiero spontaneo e divagante, con un’attività mentale continua che cambia rapidamente direzione.
I cosiddetti “pensieri a mille”, però, non indicano automaticamente la presenza di ADHD. Possono comparire anche nell’ansia, nello stress, nella privazione di sonno e in altre condizioni. Per parlare di ADHD è necessaria una valutazione clinica complessiva, che consideri la presenza dei sintomi fin dall’infanzia, la loro comparsa in più contesti e il reale impatto sul funzionamento personale, professionale o relazionale.
Anche il modo di riposare dovrebbe quindi essere personalizzato. Per una persona con ADHD, rilassarsi non significa necessariamente rimanere immobile in silenzio. Una passeggiata, il nuoto, un’attività manuale, la musica, un audiolibro o l’alternanza tra movimento e quiete possono aiutare a regolare l’attivazione più efficacemente di un riposo completamente privo di stimoli.
Non si tratta di riempire compulsivamente la giornata, ma di trovare una quantità di stimolazione sufficiente a rendere il riposo abitabile. Il corpo può aver bisogno di muoversi perché la mente rallenti.
Non fare del rilassamento un altro dovere
Quando ci accorgiamo di non riuscire a rilassarci possiamo cadere in un nuovo paradosso: ci impegniamo per rilassarci. Controlliamo il respiro, ascoltiamo una meditazione e verifichiamo continuamente se la tensione è diminuita. Dopo pochi minuti ci irritiamo perché la mente continua a produrre pensieri o perché il corpo è ancora contratto. Anche il rilassamento diventa una prestazione. Il corpo, però, non si abbandona sotto comando. Possiamo creare condizioni favorevoli, diminuire gradualmente gli stimoli, respirare, muoverci e ascoltare le sensazioni. Non possiamo ordinare al sistema interno di fidarsi.
Nel lavoro con la Distensione Immaginativa non si chiede necessariamente alla persona di chiudere gli occhi, restare immobile e tentare di svuotare la mente. Per chi vive abitualmente in uno stato di forte attivazione, o sente il bisogno continuo di muoversi e fare qualcosa, un invito troppo diretto alla calma può produrre l’effetto opposto: il silenzio diventa inquietante, l’immobilità viene percepita come una costrizione e la richiesta di rilassarsi si trasforma nell’ennesima prestazione da portare a termine. Ci si controlla per verificare se si è abbastanza tranquilli, mentre i pensieri aumentano e il corpo si irrigidisce ancora di più.
La Distensione Immaginativa prevede invece anche una fase agita, nella quale il rilassamento viene raggiunto passando attraverso il movimento. La persona contrae volontariamente alcuni gruppi muscolari e successivamente interrompe l’azione, lasciando che il corpo si distenda per un tempo più lungo. Attraverso questa alternanza non riceve soltanto l’indicazione astratta di rilassarsi, ma sperimenta concretamente la differenza tra il fare, rappresentato dalla contrazione e dall’attività muscolare, e il non fare, che non consiste nel compiere attivamente il rilassamento, ma nel cessare lo sforzo e osservare ciò che accade quando il muscolo non viene più trattenuto. La tecnica utilizza quindi una dinamica programmata tra attività e passività, aiutando la persona a riconoscere nel corpo dove continua a mantenere tensioni non necessarie e che cosa significa, sul piano sensoriale, smettere di sostenerle.
Questo passaggio può risultare particolarmente accessibile per chi teme l’immobilità, si annoia rapidamente o ha bisogno di una certa stimolazione per riuscire a rivolgere l’attenzione verso di sé. Non gli si domanda di passare bruscamente dall’accelerazione al silenzio, ma lo si accompagna dalla tensione alla distensione attraverso un’esperienza corporea attiva, chiara e percepibile.
Rilassarsi, in questa prospettiva, non significa eliminare ogni pensiero o diventare immediatamente calmi. Significa imparare a riconoscere la propria attivazione, accorgersi di quanto il corpo continui a “fare” anche quando non sarebbe più necessario e sperimentare che, almeno per qualche istante, è possibile interrompere lo sforzo senza perdere il controllo. A volte il primo passo non consiste quindi nel fermarsi del tutto, ma nello scoprire, attraverso il movimento, che cosa accade quando finalmente si smette di trattenere.
Entrare gradualmente in vacanza
Può essere utile considerare i
primi giorni di ferie come un periodo di decompressione. Il corpo può avere
bisogno di dormire, rallentare e perfino attraversare una fase di irritabilità
o di vuoto prima di trovare un nuovo equilibrio.
Prima della partenza può aiutare
annotare ciò che rimane in sospeso e stabilire che cosa potrà essere ripreso al
ritorno. Scrivere consente alla mente di non dover trattenere continuamente
ogni incombenza.
Durante la vacanza è importante
creare confini realistici con il lavoro. Anche controllare rapidamente la posta
mantiene aperto un canale di allerta, soprattutto quando sappiamo che potremmo
trovare richieste alle quali sarà difficile non rispondere.
Può essere utile lasciare nella
giornata qualche spazio non organizzato, senza pretendere di passare
immediatamente da un ritmo intensissimo a un’intera giornata di inattività. Il
riposo si può apprendere gradualmente: una passeggiata senza meta, un caffè
bevuto senza guardare il telefono, mezz’ora nella quale non dobbiamo
raggiungere alcun risultato.
Per chi ha bisogno di maggiore
stimolazione, come può accadere nell’ADHD, è preferibile costruire una
struttura morbida: pochi punti di riferimento, alternanza tra attività e pausa,
movimento fisico e libertà di cambiare programma. La struttura non dovrebbe
trasformare la vacanza in un’agenda lavorativa, ma impedire che una giornata
completamente indefinita diventi fonte di disorientamento.
La domanda più utile potrebbe
essere: «Sto facendo questa cosa perché mi attrae oppure perché non sopporto
l’idea di fermarmi?». Non serve a giudicarci, ma a riconoscere la differenza
tra il movimento del desiderio e quello dell’obbligo.
I Fiori di Bach e le essenze floreali
In floriterapia non esiste un
unico rimedio per chi non riesce a rilassarsi. Lo stesso comportamento può
nascere dal senso del dovere, dall’irrequietezza, dalla rigidità, dalla
stanchezza, dalla necessità di stimoli o da una mente che continua a ripetere
gli stessi pensieri.
HORNBEAM è particolarmente
interessante quando, venuti meno gli impegni abituali, la persona non sa che
cosa fare, si annoia e non trova uno stimolo capace di coinvolgerla. Avverte
una sorta di torpore mentale: avrebbe bisogno di qualcosa che la accenda, ma
nessuna possibilità sembra sufficientemente interessante. HORNBEAM è spesso
conosciuto come il fiore della fatica anticipatoria, di chi si sente stanco al
solo pensiero di iniziare; nella noia mostra anche il bisogno di novità e di
stimolazione che restituiscano slancio alla mente.
Non va confuso con OLIVE,
nel quale la stanchezza è reale e deriva da un consumo profondo delle energie.
La persona Hornbeam spesso ritrova vitalità quando compare qualcosa di nuovo o
interessante; chi ha bisogno di Olive, invece, necessita prima di tutto di
recuperare le proprie forze.
OAK può essere indicato
quando il problema centrale è il dovere. La persona continua a resistere,
organizzare e occuparsi degli altri anche quando è stanca. Fermarsi le sembra
quasi una forma di cedimento e, persino in vacanza, trova responsabilità da
assumere.
ELM riguarda maggiormente
il peso del ruolo e la sensazione temporanea di non riuscire a sostenere tutte
le responsabilità. La persona può allontanarsi dal lavoro senza smettere di
chiedersi come procederanno le cose in sua assenza.
WHITE CHESTNUT è utile
quando il corpo si è fermato ma la mente continua a ripetere gli stessi
pensieri. Conversazioni, problemi, ipotesi e programmi ritornano in modo
circolare, impedendo un vero distacco.
IMPATIENS accompagna chi
vive in una condizione di accelerazione e tollera con difficoltà la lentezza,
le attese e i cambiamenti di programma. Anche il rilassamento dovrebbe arrivare
immediatamente e il fatto di non riuscirci produce ulteriore irritazione.
VERVAIN può comparire
quando la vacanza viene affrontata con un entusiasmo eccessivamente teso. La
persona propone attività, coinvolge gli altri e mantiene un’intensità che non
le permette di riconoscere il momento in cui sarebbe necessario diminuire il
ritmo.
ROCK WATER riguarda la
rigidità e la difficoltà a concedersi piacere. Anche il tempo libero viene
sottoposto a regole severe e il bisogno di riposare può essere giudicato come
debolezza o mancanza di disciplina.
Tra le essenze californiane, DANDELION
è indicato per chi vive continuamente proiettato nel fare, sovraccarica
l’agenda e perde il contatto con i limiti del corpo. La tensione può
depositarsi soprattutto nella muscolatura, mentre il silenzio e il riposo
vengono rimandati.
ALOE VERA può essere
considerata quando l’investimento nel lavoro e negli obiettivi ha
progressivamente prosciugato la vitalità, sacrificando il piacere, le relazioni
e la cura di sé.
In presenza di ADHD, le essenze
non vengono scelte per “curare l’ADHD”, ma per accompagnare gli stati emotivi
specifici della persona: la noia, l’impazienza, il sovraccarico, la
frustrazione, il pensiero incessante o la difficoltà a riconoscere i propri limiti.
Riposare significa anche imparare a fidarsi
La difficoltà a rilassarsi in
vacanza non si risolve obbligandosi a non fare nulla. Comincia a trasformarsi
quando comprendiamo che cosa accade dentro di noi nel momento in cui ci
fermiamo. Forse temiamo di perdere il controllo; forse abbiamo legato il nostro
valore alla produttività; forse il silenzio rende percepibile una stanchezza
rimasta troppo a lungo sullo sfondo. Oppure il nostro sistema nervoso ha
bisogno di una modalità di riposo diversa da quella convenzionale, più dinamica
e sufficientemente stimolante.
In tutti questi casi il corpo non
sta sbagliando. Sta continuando a utilizzare un’organizzazione che conosce e
che, probabilmente, ci è stata utile.
Possiamo accompagnarlo verso
un’esperienza differente senza costringerlo. Possiamo concedergli tempo,
ascoltare la fatica, diminuire gradualmente le richieste e scoprire che non
tutto ciò che rimane incompiuto costituisce un pericolo.
Riposare significa accettare che,
almeno per qualche tempo, il mondo possa continuare anche senza il nostro
intervento. Significa riconoscere che possiamo esistere senza dover
continuamente dimostrare di essere efficienti, disponibili o indispensabili.
La vacanza non è necessariamente
il luogo nel quale smettiamo di fare. Può diventare il luogo nel quale
ricominciamo a scegliere se fare, fermarci oppure seguire un desiderio che,
durante l’anno, non aveva più trovato lo spazio per farsi sentire.
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La floriterapia non è una terapia medica, non costituisce diagnosi e cura medica e non la sostituisce in alcun modo. Le essenze floreali non sono farmaci e non hanno alcun effetto biochimico sull'organismo, ma agiscono solo sugli stati d'animo a livello emozionale in quanto non contengono particelle attive. Tutti gli esperimenti di autocura, interruzione o di riduzione arbitraria del dosaggio di farmaci prescritti, condotti al di fuori del controllo medico, ricadono esclusivamente sotto la responsabilità di chi li effettua.
