Agrimony: la maschera, il tormento e la pace di essere se stessi (Antonella Napoli)
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Articolo aggiornato a 8/2026
Come nasce questo approfondimento
Negli anni ho seguito con particolare interesse le riflessioni che Eduardo H. Grecco ha dedicato ai singoli Fiori di Bach, molte delle quali sono state pubblicate anche attraverso Facebook. Quelle pagine mi hanno spesso portata a tornare agli scritti originali di Edward Bach e a rileggere un’essenza da prospettive che nelle descrizioni più diffuse tendono a rimanere sullo sfondo. Da qui nasce questo approfondimento: dal confronto fra le diverse formulazioni di Bach nel tempo, dalle interpretazioni simboliche e psicologiche proposte da Grecco e dalle domande che questi materiali hanno fatto nascere nel mio lavoro di psicologa e floriterapeuta. Il testo che segue è una mia elaborazione; quando riprendo un’interpretazione specifica di Grecco la attribuisco esplicitamente, distinguendola sia dalle parole di Bach sia dalle considerazioni che aggiungo personalmente.
Quando pensiamo ad AGRIMONY, l’immagine più conosciuta è quella di una persona allegra, disponibile, piacevole da frequentare, capace di scherzare anche nei momenti difficili e poco incline a mostrare apertamente ciò che la preoccupa. È una descrizione che Edward Bach mantiene con grande continuità nei suoi scritti: dietro l’apparente leggerezza può esserci inquietudine, tormento, stanchezza, mentre l’umorismo, la compagnia, l’attività e talvolta la ricerca di stimoli aiutano a tenere lontano ciò che interiormente fa male.
Questa immagine viene spesso riassunta parlando della «maschera AGRIMONY», una definizione efficace purché non ci faccia pensare immediatamente a una persona falsa o intenzionalmente ingannevole. Molto più spesso ciò che incontriamo è un modo appreso di stare nella relazione: mostrare la parte che rassicura, alleggerisce, fa stare bene gli altri, mentre ciò che è triste, arrabbiato, confuso o vulnerabile rimane in una zona più privata e difficilmente condivisibile.
È proprio qui che AGRIMONY diventa molto interessante da un punto di vista psicologico, perché nascondere ciò che proviamo può avere funzioni molto diverse. A volte vogliamo proteggere qualcuno che amiamo; altre volte temiamo di essere pesanti, difficili, poco desiderabili se mostriamo una parte di noi meno luminosa. Possiamo avere imparato molto presto che essere piacevoli facilita l’accettazione, che i conflitti mettono a rischio i legami oppure che la sofferenza va gestita da soli per evitare di disturbare.
Con il tempo questa modalità può diventare così familiare da rendere difficile capire quanto di ciò che mostriamo corrisponda davvero a quello che sentiamo. La persona continua a sorridere, intrattenere, rassicurare, minimizzare e magari convince anche se stessa che «va tutto bene», mentre il corpo rimane teso, il pensiero continua a girare e qualcosa dentro chiede uno spazio che non trova.
Seguendo Agrimony nei diversi scritti di Bach incontriamo una figura molto più complessa di quella che rimane nella descrizione finale. Il tormento nascosto è già accompagnato, nelle formulazioni precedenti, dalla paura del presente e del futuro, dal bisogno di attività e di eccitazione, dall’uso di alcol o altre sostanze per alleggerire la sofferenza e da una difficoltà profonda a restare in contatto con ciò che internamente disturba la pace. Grecco recupera questi elementi, li mette in relazione con l’evoluzione del rimedio e li sviluppa ulteriormente attraverso i temi dell’identità, della maschera, del bisogno di accettazione, della teatralità, della fantasia e dell’intimità.
Mi sembra quindi più utile guardare AGRIMONY partendo da una domanda diversa dalla semplice «questa persona nasconde i problemi?». Possiamo chiederci quanto spazio senta di avere per essere intera nella relazione: allegra quando è allegra, triste quando qualcosa fa male, arrabbiata quando viene ferita, vulnerabile quando ha bisogno di qualcuno, senza dover continuamente scegliere la versione di sé che pensa sarà più facile da amare.
Per approfondire il pensiero di Eduardo H. Grecco
Eduardo H. Grecco ha dedicato ad AGRIMONY una delle sue analisi più articolate, partendo anche da descrizioni di Bach oggi molto meno ricordate, nelle quali il rimedio possiede già una complessità notevole. Da questo materiale sviluppa poi una propria lettura che attraversa la figura dell’Inquisitore, la tragedia, la polarità Apollo-Dioniso, la maschera, l’identità, le relazioni, la fantasia e la ricerca della pace.. La sua lettura amplia considerevolmente la descrizione originaria del rimedio e contiene anche alcune ipotesi cliniche molto personali, che in questo articolo riprendo quando possono aprire una riflessione psicologica utile, distinguendole dalle indicazioni tradizionali di Bach.
In queste pagine utilizzerò quindi alcuni nuclei del suo pensiero come punto di partenza, lasciando poi che la prospettiva floriterapica incontri quella psicologica e l’esperienza maturata nel lavoro con le persone.
Per chi desidera conoscere direttamente e in maniera più completa il pensiero di Eduardo H. Grecco, i suoi scritti dedicati ai singoli Fiori di Bach saranno raccolti in un volume in lingua italiana attualmente in preparazione. Quando saranno disponibili il titolo definitivo, l’editore e i riferimenti bibliografici, li inserirò in questa pagina.
Riflessioni su Agrimony
- Il calvario dell’Inquisitore
- Tragedia e destino. Da archetipo a simbolo.
- Apollo e Dionisio
- Sono quello che l’altro desidera che io sia
- Tormento e gioia
- Negazione del dolore e della perdita, abbandono affettivo, ricerca di pace
- L’ipocrisia, la maschera
- Agrimony e Chicory
- L’Istrionico, essere al centro
- Fantasia ed immaginazione
- Creare relazioni
- La vanità
- Dipendenze e stimolanti come anestetico
- La persona Agrimony
- Applicazioni dell’essenza Agrimony
- Riassunto e schema
Agrimony: Il calvario dell’Inquisitore
Grecco parte
da' una definizione di AGRIMONY che compare negli scritti di Bach
del 1930: l’«Inquisitore». Interpreta questa immagine allontanandola dal
significato storico più immediato del tribunale che giudica gli altri e
riportandola all’etimologia del termine, cioè a colui che cerca, esamina, verifica.
Da qui nasce l’immagine di una persona che può trasformare questa ricerca in
una continua interrogazione di se stessa, fino a diventare il proprio giudice
e, in qualche modo, il proprio tormentatore.
Trovo questa
lettura particolarmente interessante perché permette di entrare in un AGRIMONY
molto diverso dalla persona semplicemente «allegra che nasconde i problemi».
Dietro l’apparente leggerezza può esserci infatti un mondo interno molto
severo, nel quale ciò che si prova viene continuamente sottoposto a controllo:
posso essere triste? Posso mostrare che sono arrabbiato? Posso dire che questa
cosa mi ha ferito senza appesantire l’altro? Posso avere bisogno? Posso
deludere qualcuno e continuare a sentirmi una persona degna di amore?
Quando queste
domande ricevono quasi sempre una risposta restrittiva, la persona impara a
selezionare ciò che può uscire. E così l’allegria passa, la disponibilità passa,
la battuta passa, la sofferenza rimane più facilmente dietro.
Questa
selezione può nascere da una reale sensibilità verso gli altri. Alcune persone AGRIMONY
sembrano avere interiorizzato molto profondamente l’idea che condividere il
proprio dolore significhi trasferirlo a qualcuno e che sia quindi più generoso
farsene carico da sole. Bach stesso sottolinea questa tendenza a evitare di
rattristare gli altri con i propri problemi.
La difficoltà
nasce quando proteggere l’altro comporta sistematicamente l’esclusione della
propria vulnerabilità dalla relazione. A quel punto ciò che inizialmente
sembrava generosità può diventare solitudine: gli altri conoscono la parte
disponibile, divertente e rassicurante, mentre la persona continua a gestire da
sola ciò che sente più pesante. È una
condizione paradossale perché si può essere circondati da persone, avere molti
amici, essere cercati e apprezzati e sentire comunque che nessuno ci conosce
veramente.
L’Inquisitore
interno può avere anche un altro volto: quello della richiesta di stare bene.
Alcune persone si concedono molta meno libertà emotiva di quanto sembri
dall’esterno. Non giudicano soltanto la tristezza; giudicano anche il bisogno
di fermarsi, la fragilità, la rabbia, la paura, tutto ciò che contrasta con
l’identità della persona forte, piacevole e capace di affrontare le difficoltà
con un sorriso. Con il tempo questa pressione interna stanca.
Il movimento
positivo di AGRIMONY può allora essere pensato come una progressiva riduzione
di questa sorveglianza. La pace di cui parla Bach acquista un significato molto
concreto: riuscire a stare con ciò che proviamo senza avere immediatamente
bisogno di nasconderlo, alleggerirlo o trasformarlo in qualcosa di più
accettabile.
La pace, in
questo senso, comincia quando smettiamo di essere continuamente sotto
interrogatorio da parte di noi stessi.
Agrimony: Tragedia e destino. Da archetipo a simbolo.
Grecco
utilizza il tema della tragedia per entrare in una dimensione di AGRIMONY che va oltre
l’immagine più immediata della persona allegra che nasconde il proprio
tormento. Nella tragedia antica l’essere umano si trova spesso a confrontarsi
con qualcosa che sembra precederlo e superarlo: un destino già tracciato, una
colpa che attraversa le generazioni, una profezia che proprio nel tentativo di
evitarla finisce per compiersi. Il protagonista agisce, sceglie, combatte, e
tuttavia continua a muoversi all’interno di una trama più grande di lui, della
quale all’inizio comprende soltanto una parte.
È questa
struttura che interessa Grecco quando avvicina AGRIMONY alla tragedia. Il
destino, in questa prospettiva, può essere letto anche come ciò che nella
nostra storia tende a ripetersi prima ancora che riusciamo a riconoscerlo:
modalità relazionali, ruoli, immagini di noi stessi, convinzioni profonde che
sembrano appartenerci da sempre e che proprio per questo difficilmente vengono
messe in discussione. Finché rimangono fuori dalla consapevolezza, possono
avere qualcosa della necessità del destino tragico: ci ritroviamo ancora una
volta nello stesso punto, scegliamo persone simili, reagiamo nello stesso modo,
assumiamo il medesimo ruolo e alla fine diciamo «sono fatto così», come se
quella forma fosse l’unica possibile.
Per AGRIMONY
questo può riguardare, per esempio, il ruolo di chi porta leggerezza, mantiene
la pace, evita di appesantire gli altri e si occupa di rendere l’atmosfera più
sopportabile. Un bambino che percepisce che in famiglia c’è già abbastanza
sofferenza può imparare molto presto a non aggiungere la propria; se scopre che
gli adulti reagiscono meglio quando è allegro, può diventare bravissimo a far
sorridere. Chi cresce in un ambiente nel quale il conflitto è esplosivo può
sviluppare una sensibilità straordinaria nel prevenirlo, cogliendo
immediatamente ciò che rischia di creare tensione e adattando il proprio
comportamento prima ancora che la tensione emerga.
All’inizio
sono risposte che hanno una funzione precisa e spesso molto intelligente.
Permettono di proteggere il legame, mantenere una certa sicurezza emotiva,
trovare un posto all’interno della famiglia. Nel tempo, però, possono diventare
così profondamente incorporate nell’identità che la persona smette di
percepirle come strategie apprese e comincia a considerarle semplicemente se
stessa: «Io sono quello che mette tutti di buon umore», «Non sono uno che si
lamenta», «Non riesco a litigare», «Preferisco arrangiarmi», «Non voglio pesare
sugli altri».
È qui che il
concetto di archetipo diventa importante. L’archetipo, nella lettura che Grecco
propone, rimanda a una forma profonda e universale dell’esperienza che tende a
organizzare immagini, emozioni e comportamenti. Finché quella forma viene
soltanto vissuta, senza poter essere osservata, la persona rimane in qualche
modo dentro il personaggio: interpreta il ruolo e contemporaneamente lo
percepisce come inevitabile. Il destino tragico nasce anche da questa
impossibilità di vedere la trama mentre la si sta vivendo.
Il passaggio dall’archetipo
al simbolo introduce invece uno spazio nuovo. Quando ciò che prima veniva
soltanto agito può essere rappresentato, raccontato, immaginato e riconosciuto,
smette gradualmente di coincidere con tutta la persona. Il simbolo crea una
distanza sufficiente per poter dire: «Questa è una parte della mia storia»,
invece di «Questo è semplicemente ciò che sono». Una differenza apparentemente
piccola che, psicologicamente, apre una possibilità enorme.
Una persona
può allora accorgersi che dietro la propria allegria esiste anche il timore di
essere rifiutata se mostra tristezza, che il bisogno di mantenere la pace
contiene la paura del conflitto, che l’abitudine a non chiedere nulla agli
altri è stata costruita molto tempo prima per non diventare un peso. Ciò che
era destino comincia ad avere una storia e, avendo una storia, può diventare
pensabile.
Questo non
significa liberarsi improvvisamente di tutto ciò che abbiamo imparato. La
persona AGRIMONY può continuare ad avere una splendida capacità di portare
leggerezza, essere sensibile all’atmosfera emotiva, possedere umorismo e una
naturale attitudine a creare armonia. La differenza sta nella libertà con cui
può utilizzare queste qualità. Può far sorridere senza essere costretta a
sorridere sempre, cercare la pace senza rinunciare a ogni conflitto, proteggere
qualcuno senza dover nascondere sistematicamente ciò che prova.
In questo
senso il passaggio dall’archetipo al simbolo è anche un passaggio dal destino
alla possibilità. Quando il copione diventa visibile, non scompare la storia
che lo ha costruito, però compare uno spazio nel quale possiamo scegliere se
continuare a seguirlo oppure provare, lentamente, una risposta diversa.
Ed è proprio
qui che la tragedia perde la sua inevitabilità: quando smettiamo di essere
soltanto il personaggio della nostra storia e cominciamo anche a poterla
guardare.
Agrimony: Apollo e Dionisio
Grecco
utilizza per AGRIMONY una polarità
che appartiene profondamente alla cultura occidentale: quella tra Apollo e
Dioniso. Apollo, dio della luce, della misura, della forma e dell’armonia,
rappresenta ciò che può essere ordinato, reso leggibile, contenuto dentro
confini riconoscibili; Dioniso porta invece con sé l’ebbrezza, l’eccesso, il
corpo, la passione, la perdita temporanea dei confini e tutto ciò che sfugge al
controllo della coscienza. La contrapposizione tra apollineo e dionisiaco,
ripresa in modo celebre anche da Nietzsche parlando della tragedia greca,
permette a Grecco di leggere AGRIMONY come una personalità nella quale questi
due movimenti convivono con una particolare tensione.
L’Apollo di AGRIMONY
può essere il sorriso con cui entra in una stanza, l’umorismo, la capacità di
alleggerire una situazione, l’essere quello che tiene insieme il gruppo, quello
che trova sempre qualcosa di positivo da dire. È una qualità reale e può essere
profondamente autentica: alcune persone hanno davvero molto talento nel creare
un clima piacevole, sentono rapidamente il tono emotivo di un ambiente e
riescono a portare leggerezza dove c’è tensione.
La difficoltà
emerge quando tutta la parte dionisiaca deve rimanere fuori dalla scena. La
rabbia. la tristezza, la sessualità meno controllabile, il bisogno, l’ambivalenza,
il desiderio di dire qualcosa che potrebbe creare tensione.
Le emozioni
umane possiedono naturalmente una componente irregolare. Non arrivano in
ordine, non sempre sono ragionevoli e possono contraddirsi. Possiamo amare
qualcuno ed essere molto arrabbiati con lui, desiderare una relazione e aver
bisogno di distanza, essere felici per qualcosa e sentire contemporaneamente
una perdita.
Una persona
che sente di dover mantenere continuamente armonia può avere grande difficoltà
a contenere questa complessità dentro la propria immagine di sé. Allora
l’energia che non trova una forma espressiva cerca altre strade.
Può diventare
attività continua, bisogno di uscire, ricerca di situazioni intense, consumo di
qualcosa che modifica temporaneamente lo stato interno oppure una continua
necessità di stimolazione. Grecco collega proprio questo versante dionisiaco di
AGRIMONY agli eccessi e alla ricerca di sensazioni.
La persona ha
bisogno di poter riconoscere che la propria parte luminosa e quella più
difficile appartengono entrambe a sé. Il sorriso diventa molto più autentico
quando esiste anche il diritto di non sorridere. La gentilezza acquista maggior
valore quando possiamo riconoscere la rabbia. La pace diventa più solida quando
non dipende dalla necessità di evitare qualunque conflitto.
Apollo e
Dioniso smettono così di combattere per il controllo della scena e possono
diventare due linguaggi diversi della stessa persona.
Agrimony: Sono quello che l’altro desidera che io sia
Questo
è probabilmente uno dei nuclei più importanti di tutta la riflessione di Grecco
che collega AGRIMONY al bisogno di
accettazione e alla possibilità che la persona costruisca progressivamente
un’immagine di sé modellata su ciò che pensa che gli altri desiderino. Il
valore personale finisce per dipendere dal riconoscimento esterno e mostrare la
propria realtà diventa rischioso, perché potrebbe compromettere proprio quel
legame dal quale si cerca conferma.
È un
meccanismo che può essere molto sottile. Non è necessario cambiare
completamente personalità ogni volta che incontriamo qualcuno, basta imparare a
percepire molto rapidamente che cosa funziona nella relazione e offrire
soprattutto quella parte.
Con una
persona siamo spiritosi, con un’altra estremamente disponibili, con qualcuno
diventiamo rassicuranti, con chi ci sembra più fragile evitiamo accuratamente i
nostri problemi, con chi desideriamo conquistare mostriamo ciò che pensiamo
possa renderci più interessanti.
Tutti
moduliamo in qualche misura il nostro comportamento in relazione al contesto; è
una competenza sociale normale e necessaria. La questione diventa più delicata
quando questa capacità di adattamento cresce al punto che la persona fatica a
sapere che cosa avrebbe scelto, sentito o desiderato senza lo sguardo
dell’altro. Così la domanda «che cosa vuoi?» può diventare sorprendentemente
difficile.
Posso sapere
molto bene che cosa rende felice il mio compagno, che cosa si aspetta la mia
famiglia, come devo presentarmi sul lavoro e quale versione di me piace agli
amici, e avere invece una percezione molto più incerta di ciò che desidero
personalmente.
Questa
modalità può nascere da un bisogno affettivo molto profondo. Se ho imparato che
essere accolto dipende dalla mia capacità di essere piacevole, utile, forte o
poco problematico, mostrare una parte che potrebbe deludere diventa pericoloso.
Non sto necessariamente cercando di ingannare qualcuno, sto cercando di
proteggere il legame.
Il costo,
però, può essere alto. Ogni volta che rinuncio a dire qualcosa di importante
per essere più accettabile, la relazione continua a esistere mentre una parte
di me rimane fuori. Dopo molto tempo può comparire una sensazione difficile da
spiegare: «Mi vogliono bene, ma non so se vogliono bene davvero a me».
È una delle
conseguenze più dolorose della maschera. Ricevere amore non basta se sentiamo
che quell’amore è rivolto soprattutto alla persona che abbiamo imparato a
interpretare.
Il lavoro di AGRIMONY
sull’autenticità può allora essere molto graduale. Non richiede di raccontare
tutto a tutti o esprimere ogni emozione senza filtri; autenticità significa
poter scegliere che cosa condividere senza sentire che il rapporto dipende
costantemente dalla soppressione di una parte di sé.
L’accettazione
dell’altro continua ad avere valore, come è naturale nelle relazioni umane, ma
smette progressivamente di essere l’unico specchio dal quale ricaviamo la
nostra misura.
Agrimony: Tormento e gioia
Seguendo
gli scritti di Bach nel corso degli anni, Grecco mostra come la parola
«tormento» diventi progressivamente centrale nella descrizione di AGRIMONY. Accanto ad
essa compaiono inquietudine, ansia, mancanza di pace e la capacità di
nascondere tutto questo dietro umorismo e giovialità. Il polo trasformativo
indicato da Bach è la pace, insieme a una forma di temperanza che consente di
attraversare le difficoltà con maggiore equilibrio.
Trovo
particolarmente importante distinguere la gioia autentica dalla necessità di
apparire gioiosi, perché esteriormente possono assomigliarsi molto. Una persona
può essere naturalmente sorridente e utilizzare l’umorismo anche mentre
attraversa un momento difficile. Non c’è necessariamente nulla da correggere:
ridere può essere una risorsa, alleggerire può aiutare, riuscire a conservare
uno spazio piacevole in mezzo a una difficoltà può essere una grande capacità
di resilienza.
Il problema
nasce quando l’allegria diventa obbligatoria, quando la persona sente che deve
ridere. Se trasforma immediatamente ogni dolore in una battuta. Quando qualcuno
le chiede come sta e la risposta «benissimo» arriva prima ancora che abbia
ascoltato se stessa. O se stare con una persona triste diventa intollerabile
perché quella tristezza apre qualcosa che preferirebbe lasciare chiuso.
In questo
caso l’umorismo può trasformarsi in una strategia che interrompe troppo presto
il contatto con l’emozione. «Mi ha lasciato, però almeno non devo più
sopportare sua madre.» Si ride, ma il dolore rimane lì. La battuta può essere
vera, può persino aiutare, e tuttavia non esaurisce ciò che è accaduto.
Una delle
caratteristiche più interessanti della vera gioia è proprio la sua
compatibilità con tutte le altre emozioni. Chi può permettersi di essere triste
riesce anche a essere felice senza dover dimostrare qualcosa. Chi riconosce la
rabbia può ridere senza utilizzare continuamente il sorriso per coprirla.
La pace di AGRIMONY
non coincide quindi con una vita priva di tormento o con uno stato nel quale le
emozioni difficili non compaiono più. La immagino piuttosto come una maggiore
continuità interna: quello che sento può avere un posto, quello che mostro può
essere sufficientemente vicino a ciò che sto vivendo e le mie emozioni non
devono essere divise tra quelle che posso condividere e quelle che devo
nascondere persino a me stesso.
Quando questa
distanza diminuisce, anche la gioia cambia qualità. Non è più un compito, può
semplicemente arrivare.
Agrimony: Negazione del dolore e della perdita, abbandono affettivo, ricerca di pace
Grecco
dedica una parte importante della sua riflessione alla difficoltà di AGRIMONY, nell’affrontare
alcune perdite, soprattutto quando coinvolgono una relazione significativa.
Descrive la possibilità che il dolore venga minimizzato, negato o rapidamente
coperto e collega questo meccanismo alla minaccia che la perdita può
rappresentare per un’identità costruita in larga parte dentro lo sguardo e il
desiderio dell’altro.
Quando una
relazione finisce perdiamo sempre più di una persona. Perdiamo abitudini,
progetti, luoghi, rituali, parti della quotidianità e anche un’immagine di noi
che esisteva dentro quella relazione.
Per qualcuno
questa perdita viene sentita con grande chiarezza fin dall’inizio. Per altri il
primo movimento consiste nel continuare come se nulla fosse successo.si può
uscire, scherzare, riempire le giornate, raccontare agli amici che in fondo era
meglio così. Si cerca rapidamente qualcosa o qualcuno capace di riempire lo
spazio rimasto vuoto.
Anche questa
può essere una fase del processo e non va necessariamente patologizzata.
Esistono persone che elaborano una perdita alternando momenti di dolore e
periodi nei quali hanno bisogno di vivere, distrarsi e recuperare una
sensazione di normalità.
La difficoltà
emerge quando qualsiasi contatto con il dolore viene sistematicamente
interrotto. La negazione, in quel caso, protegge temporaneamente e
contemporaneamente impedisce all’esperienza di essere assimilata.
Ciò che non
riusciamo a riconoscere continua spesso a influenzarci in forme meno evidenti:
irritabilità, bisogno di stimolazione, agitazione, nuove relazioni vissute con
eccessiva rapidità, difficoltà a stare soli, sensazione di vuoto che compare
quando tutto finalmente tace.
Uno degli
aspetti che trovo più importanti nel lavoro con la perdita è proprio il
rispetto del ritmo individuale. Il dolore non ha bisogno di essere forzato
fuori e non dovrebbe essere anticipato da interpretazioni su ciò che la persona
«sta evitando». Allo stesso tempo è utile accorgersi quando la vita viene
organizzata interamente per impedire che emerga.
La ricerca
della pace può diventare allora un percorso diverso dal tentativo di non
sentire. Una pace sufficientemente solida permette di attraversare anche un
periodo doloroso senza interpretarlo come qualcosa che deve essere cancellato
immediatamente.
Questo vale
anche per perdite meno visibili: un progetto fallito, un’identità professionale
che cambia, un’amicizia che finisce, una parte del corpo che non funziona più
come prima, un’immagine di sé che dobbiamo lasciare andare. Ogni perdita chiede
una riorganizzazione.
AGRIMONY ci
ricorda quanto sia difficile farla quando siamo abituati a mostrare rapidamente
che stiamo bene.
Agrimony: L’ipocrisia, la maschera
La
parola «ipocrisia» è probabilmente una delle più rischiose quando viene
associata ad AGRIMONY perché nel
linguaggio comune contiene immediatamente un giudizio morale: pensiamo a
qualcuno che finge consapevolmente, nasconde le proprie intenzioni o mostra
sentimenti che non prova. Grecco la utilizza invece dentro il tema più ampio
della maschera, e in questo senso è interessante ricordare che il termine
deriva dal greco hypokrités, che indicava originariamente l’attore,
colui che interpreta un ruolo sulla scena.
La maschera,
allora, non è necessariamente una menzogna. Può essere una forma attraverso la
quale impariamo a presentarci al mondo, selezionando gli aspetti di noi che
sentiamo più accettabili, più sicuri o più adatti alla relazione. Tutti lo
facciamo in una certa misura. In AGRIMONY il problema emerge quando la distanza
tra il personaggio mostrato e ciò che viene realmente vissuto diventa così
ampia che la persona stessa fatica a riconoscere ciò che resta dietro la
maschera.
Pensiamo alla
rabbia. Se posso riconoscerla, posso anche decidere che cosa farne: parlarne,
mettere un limite, aspettare che diminuisca, comprendere che cosa l’ha
provocata. Se invece la rabbia è incompatibile con l’immagine che devo
mantenere di me, diventa più difficile trattarla in maniera diretta.
Può allora
comparire nel sarcasmo nella battuta che sembra innocente e colpisce
esattamente il punto vulnerabile, nel sorriso accompagnato da una frase
pungente, nel dimenticare qualcosa di importante, nel fare apparentemente un
favore e lasciare contemporaneamente passare un messaggio ostile.
Questa forma
indiretta di aggressività non appartiene certamente soltanto ad AGRIMONY, e una
singola battuta sarcastica non ci dice nulla su una struttura di personalità.
Il tema diventa interessante quando esiste una discrepanza costante tra
l’immagine relazionale e ciò che la persona sente.
Più una parte
dell’esperienza viene esclusa dall’identità cosciente, più è difficile
assumersene la responsabilità. «Io non sono arrabbiato.» Eppure l’altro si
sente continuamente colpito. «Stavo solo scherzando.» Eppure lo scherzo arriva
sempre nello stesso punto. La maschera diventa problematica proprio quando la
persona stessa non riesce più a vedere ciò che sta dietro.
L’uscita da
questa dinamica richiede un aumento di autenticità molto concreto: poter
riconoscere dentro di sé emozioni che non corrispondono all’immagine ideale.
Posso essere una persona gentile e provare ostilità. Posso amare qualcuno e
sentirmi furioso con lui. Posso essere disponibile e avere contemporaneamente
voglia di dire no.
L’integrazione
dell’ombra, per usare il linguaggio che attraversa Grecco, consiste anche nel
poter pensare: «Questa emozione è mia, esiste, e adesso posso scegliere che
cosa farne».
La
responsabilità comincia molto prima del comportamento. Comincia nel momento in
cui riusciamo a riconoscere ciò che proviamo senza avere bisogno di espellerlo
dalla nostra immagine di noi stessi.
Agrimony e Chicory
A
prima vista CHICORY e AGRIMONY sembrano due
rimedi molto lontani. AGRIMONY tende a nascondere il proprio dolore e a evitare
di appesantire gli altri; CHICORY esprime invece con maggiore evidenza il
bisogno di relazione, di presenza e di risposta affettiva. Grecco individua
tuttavia un punto di contatto interessante: entrambi possono prendersi cura
dell’altro in un modo che, senza volerlo, lascia poco spazio alla sua
possibilità di scegliere.
Agrimony può
decidere: «Non ti racconto ciò che mi accade perché non voglio farti
preoccupare». CHICORY può decidere: «So io ciò che è meglio per te e mi occupo
di dartelo». I movimenti sono diversi, ma in entrambi compare il rischio di
anticipare il bisogno dell’altro e stabilire al suo posto ciò che dovrebbe
sapere, sentire o ricevere.
Se AGRIMONY pensa
«non te l’ho detto perché non volevo farti preoccupare» questo può nascere da
una buona intenzione. Ci interessa il benessere dell’altra persona e sappiamo
che una notizia difficile potrebbe farla soffrire.
Il problema
può emergere quando questa protezione diventa sistematica e unilaterale, perché
sono io a stabilire quanto l’altro può sopportare e a decidere che cosa deve
sapere. Insomma sono io a gestire da solo qualcosa che riguarda anche la
relazione. Da fuori può sembrare un gesto di forza e generosità, mentre chi
scopre successivamente ciò che è stato tenuto nascosto può sentirsi escluso:
«Perché non mi hai dato la possibilità di esserci?».
Questo punto
avvicina AGRIMONY e CHICORY attraverso due modi differenti di occuparsi
dell’altro. In entrambi può esserci una difficoltà a lasciare all’altra persona
tutta la propria autonomia, seppure con movimenti molto diversi. AGRIMONY
protegge tacendo. CHICORY può proteggere intervenendo.
In entrambi i
casi il tema diventa interessante quando la cura perde una parte della
reciprocità. Una relazione adulta richiede anche la possibilità di lasciare che
chi ci ama decida quanto desidera partecipare alle nostre difficoltà.
Naturalmente possiamo scegliere ciò che vogliamo condividere; privacy e
autenticità non sono contrari. Quello che vale la pena osservare è il motivo
per cui non diciamo: Sto proteggendo un confine che sento necessario? Oppure
sto decidendo in anticipo che il mio dolore è troppo per l’altro?
Se la seconda
risposta ricorre spesso, potrebbe esserci una vecchia convinzione da
interrogare: quella secondo cui essere amati richiede di essere poco
impegnativi.
Agrimony: L’Istrionico, essere al centro
Anche
il termine «istrione» nasce dal mondo della rappresentazione. L’istrione è
l’attore, colui che sta sulla scena e costruisce una relazione con il pubblico
attraverso il gesto, la voce, l’espressività, la capacità di attirare e
mantenere l’attenzione. Quando Grecco avvicina AGRIMONY a questa
immagine, il punto interessante non è attribuire automaticamente alla persona
caratteristiche patologiche, quanto osservare il rapporto che può instaurarsi
tra identità, rappresentazione e sguardo degli altri.
Una persona
può imparare molto presto che essere brillante, divertente, originale o capace
di animare un gruppo le garantisce uno spazio relazionale preciso. La scena
restituisce qualcosa: attenzione, approvazione, riconoscimento. E, quando quel
riconoscimento diventa importante per sentirsi consistenti, il silenzio del
pubblico può cominciare a pesare molto più di quanto sembri.
Detto questo,
la teatralità di cui parla Grecco apre una riflessione psicologica
interessante. Alcune persone imparano molto presto a entrare in relazione
attraverso la capacità di intrattenere. Sono quelle che raccontano bene, fanno
ridere, sanno tenere viva una conversazione, percepiscono rapidamente quando il
gruppo perde energia e trovano il modo di riaccenderla.
Può essere
una risorsa autentica e persino un talento. La domanda diventa che cosa succede
quando nessuno guarda. Se il valore personale dipende molto dalla risposta del
pubblico, il silenzio può diventare difficile. Non essere al centro, non
ricevere reazioni, attraversare una giornata ordinaria senza qualcosa di
eccitante può produrre una sensazione di vuoto o di scarsa consistenza.
La ricerca
continua di novità può avere anche questa funzione: mantenere viva un’intensità
capace di impedire che emerga ciò che si sente quando la scena si svuota. L’intensità,
però, non coincide necessariamente con la profondità.
Una relazione
può cominciare in maniera travolgente e rimanere superficialmente conosciuta.
Una serata può essere piena di stimoli e lasciare un senso di vuoto quando
termina. Una persona può raccontare moltissimo di sé e mantenere
contemporaneamente protetti i punti più vulnerabili.
È un
paradosso molto AGRIMONY: essere estremamente visibili e restare in parte
nascosti. Il movimento positivo consiste allora nel riuscire ad avere valore
anche fuori dalla scena, tollerando il momento nel quale non c’è bisogno di
impressionare, intrattenere o mantenere alta l’energia.
L’autenticità
può essere sorprendentemente meno spettacolare e proprio per questo molto più
intima.
Agrimony: Fantasia ed immaginazione
Grecco
avvicina CLEMATIS e AGRIMONY per la
ricchezza della fantasia, distinguendo però i due movimenti. CLEMATIS tende
maggiormente a costruire un mondo nel quale sostare; AGRIMONY, nella sua
lettura, trasforma la fantasia in una narrazione, quasi in una storia romanzata
attraverso la quale vivere se stesso e la propria esperienza. Allo stesso tempo
riconosce ad AGRIMONY una notevole creatività, soprattutto nelle forme
espressive legate al corpo, alla scena, alla parola e all’emozione.
Trovo molto
interessante questa differenza tra fantasia e narrazione. Tutti raccontiamo la
nostra vita attraverso storie. Selezioniamo alcuni eventi, attribuiamo
significati, costruiamo un filo tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Senza questa capacità narrativa sarebbe difficile avere un senso coerente di
identità.
La narrazione
diventa più fragile quando serve principalmente ad allontanarci dalla realtà
che stiamo vivendo. Una persona può raccontarsi una relazione molto più
profonda di quanto sia realmente, immaginare significati che l’altro non ha mai
espresso, trasformare una serie di incontri in una grande storia destinata a
cambiare la sua vita. Può anche rappresentare se stessa attraverso un
personaggio: quella libera, quella tragica, quella irresistibile, quella che
vive sempre esperienze straordinarie.
Dentro queste
narrazioni può esserci qualcosa di autentico, insieme al bisogno di dare colore
a un’esistenza che altrimenti rischia di sembrare troppo ordinaria.
È qui che la
creatività può prendere due strade differenti. Può restare dentro la vita
personale e trasformare ogni esperienza in una storia da abitare, oppure può
trovare una forma espressiva: scrivere, recitare, danzare, fotografare, creare.
Quando l’immaginazione diventa creazione, qualcosa che era interno acquista
forma e può essere condiviso senza dover essere confuso con la realtà.
Questo
passaggio può essere molto importante per AGRIMONY. La ricchezza narrativa
smette di servire prevalentemente come evasione e diventa una risorsa
attraverso cui elaborare ciò che si vive.
La fantasia
conserva tutta la propria libertà, mentre la persona rimane abbastanza presente
da sapere dove finisce la storia immaginata e dove ricomincia la propria
esperienza concreta.
Agrimony: Creare relazioni
Grecco
distingue tra la facilità di AGRIMONY nello
stabilire legami e la maggiore difficoltà nel costruire relazioni profonde.
Descrive persone che possono apparire cordialissime, seducenti, allegre e
immediatamente vicine, mentre l’intimità richiede qualcosa di più difficile:
lasciare che l’altro entri anche nelle zone meno curate e gradevoli
dell’esperienza.
Questa
distinzione tra legame e relazione è molto interessante. Possiamo essere
socialmente molto competenti e avere difficoltà nell’intimità. Conoscere
moltissime persone e avere pochissimi luoghi nei quali riusciamo davvero a
essere vulnerabili. Possiamo creare rapidamente un’impressione di vicinanza e
scoprire, dopo mesi, che entrambi conosciamo poco di ciò che l’altro vive
quando non sta bene.
Una relazione
profonda richiede infatti qualcosa che per AGRIMONY può essere difficile:
tollerare che l’altro ci incontri anche quando non siamo facili da frequentare.
Significa poter dire «sono triste» senza cercare immediatamente di rassicurare
chi ci ascolta, dire «sono arrabbiato con te» e rischiare qualche minuto di
tensione. Ammettere «ho bisogno di aiuto» e raccontare un fallimento senza
trasformarlo subito in una storia divertente.
Proprio
attraverso questi momenti la relazione diventa più reale, perché l’altro può
finalmente reagire a ciò che siamo e non soltanto alla versione che gli
offriamo. Naturalmente l’autenticità espone anche alla delusione. Può accadere
che qualcuno non sappia accogliere la nostra vulnerabilità, che una persona
preferisca davvero la versione più leggera di noi o che un conflitto faccia
emergere differenze profonde.
Per chi ha
costruito molta della propria sicurezza sull’accettazione, questo rischio può
sembrare enorme, ma esiste anche il rischio opposto: essere molto amati e
continuare a sentirsi soli perché nessuno ha avuto la possibilità di conoscerci
davvero.
La capacità
di creare relazioni cresce quando possiamo permettere all’altro di avere
accesso a una gamma più ampia della nostra esperienza. Non serve mostrare
tutto, né farlo con chiunque. Serve poter scegliere almeno alcune relazioni
nelle quali non dobbiamo continuamente lavorare per risultare facili da amare.
Agrimony: La vanità
Grecco
propone la vanità come una possibile dimensione di AGRIMONY, soprattutto
in relazione al bisogno di ricevere conferme, attrarre l’attenzione e sostenere
la propria autostima attraverso lo sguardo esterno. Egli stesso presenta questa
ipotesi con cautela, precisando che deriva soprattutto dalla propria
osservazione clinica e che non la considera una verità definitiva sul rimedio.
La vanità può
avere significati molto diversi e, soprattutto, non dovrebbe essere confusa
immediatamente con una stima eccessiva di sé. A volte accade quasi il
contrario: abbiamo bisogno di sentirci guardati, apprezzati o desiderati
proprio perché internamente la percezione del nostro valore è instabile.
In questi
casi l’immagine esterna diventa uno strumento di regolazione: mi sento
interessante perché qualcuno mi trova interessante, mi sento bello perché
qualcuno mi guarda, mi sento importante perché riesco a ottenere attenzione.
Il problema
di questa modalità è la sua dipendenza dalle condizioni esterne. Se oggi ricevo
approvazione sto bene; domani qualcuno preferisce un’altra persona, non
reagisce come mi aspettavo o critica qualcosa di me e la stima può scendere
rapidamente. È una base molto fragile sulla quale costruire l’identità. AGRIMONY
può essere particolarmente vulnerabile a questo meccanismo proprio perché
possiede una buona capacità di percepire ciò che piace agli altri e di
modellare la propria presenza di conseguenza.
La ricerca
dell’originalità può diventare allora ambivalente. Da una parte esprime
realmente creatività e desiderio di differenziarsi; dall’altra può trasformarsi
nella necessità di essere speciale perché sentirsi semplicemente una persona
tra le altre sembra insufficiente. La normalità può avere poco fascino quando
il valore personale ha bisogno di essere continuamente confermato attraverso
qualcosa di straordinario.
Il passaggio
più interessante, secondo me, riguarda allora l’originalità autentica. Essere
originali significa permettersi di essere ciò che siamo anche quando quella
forma non ottiene immediatamente approvazione. Qualche volta saremo brillanti,
altre comuni, qualche volta saremo molto interessanti, altre volte stanchi e
senza nulla di particolare da raccontare.
Il valore
personale che riesce a sostenere anche questi momenti diventa molto meno
dipendente dal pubblico.
Agrimony: Dipendenze e stimolanti come anestetico
Il legame tra AGRIMONY, e l’uso di alcol, droghe o altre sostanze compare già nelle descrizioni di Bach, che osserva come alcune persone possano ricorrervi per sostenere l’allegria e trovare un sollievo temporaneo dal tormento interiore. Grecco amplia molto questa intuizione e porta l’attenzione anche su altri comportamenti che, nella sua lettura, possono svolgere una funzione simile: non necessariamente vere e proprie dipendenze, quanto modi diversi di modificare rapidamente uno stato interno che la persona fatica a tollerare.
Trovo particolarmente utile il concetto di anestesia emotiva, purché venga utilizzato con cautela e senza trasformarlo in una spiegazione generale di ogni comportamento ripetitivo o di ogni dipendenza. Bere, mangiare, lavorare molto, cercare continuamente compagnia, fare sesso, giocare, comprare, uscire o riempire ogni momento libero possono rispondere a bisogni estremamente diversi. Il significato comincia a diventare più chiaro quando osserviamo la funzione che quel comportamento assume nella vita della persona e, soprattutto, ciò che accade quando viene meno.
Possiamo allora chiederci che cosa stiamo cercando attraverso quella determinata esperienza. In alcuni momenti cerchiamo semplicemente piacere, curiosità, stimolazione, contatto con gli altri, e tutto questo appartiene normalmente alla vita. In altri, invece, la funzione principale sembra essere quella di modificare ciò che sentiamo, abbassare una tensione, riempire un vuoto, allontanare una tristezza o impedire che emerga qualcosa che nel silenzio diventerebbe più difficile da sostenere.
È soprattutto quest’ultimo movimento a diventare interessante nell’area AGRIMONY. La persona può tollerare relativamente bene l’attività, il movimento, gli incontri, le situazioni nelle quali c’è qualcosa che cattura l’attenzione e modifica il tono emotivo; il momento più difficile può arrivare quando tutto questo finisce. La giornata si svuota, gli altri tornano a casa, il telefono smette di suonare e, in quello spazio meno occupato, ciò che durante il giorno era rimasto sullo sfondo può tornare a farsi sentire.
Alcuni comportamenti acquistano allora una funzione regolativa molto precisa. Possono facilitare la socializzazione, produrre una sensazione temporanea di leggerezza, ridurre l’inquietudine o aumentare l’energia quando la persona sente di non voler entrare in contatto con una parte più faticosa di sé. Per un certo tempo questa strategia può funzionare e proprio la sua efficacia immediata contribuisce a renderla facilmente ripetibile.
Quando però il comportamento diventa sempre più necessario, difficile da controllare o capace di produrre conseguenze significative nella salute, nelle relazioni o nella vita quotidiana, entriamo in un territorio diverso. Una dipendenza da sostanze o comportamentale richiede una valutazione specifica e non può essere ricondotta alla semplice presenza di uno stato floreale. La floriterapia può eventualmente accompagnare la comprensione di alcuni vissuti che contribuiscono al problema, come la difficoltà a stare con la tristezza, il bisogno di anestetizzare una tensione interna o la fatica a chiedere aiuto, all’interno di un percorso clinico appropriato quando questo è necessario.
Ciò che trovo particolarmente Agrimony è il rapporto con lo stato emotivo che precede la ricerca dello stimolo. La questione diventa allora quanto sia possibile restare abbastanza vicini a ciò che sentiamo da poterlo riconoscere prima di doverlo immediatamente cambiare. A volte significa accorgersi di essere tristi prima di organizzare un’altra uscita, riconoscere un senso di vuoto prima di riempirlo, ascoltare la tensione prima di cercare qualcosa che la faccia scomparire.
Questo passaggio non impoverisce il piacere e non chiede alla persona di rinunciare a ciò che le dà gioia. Al contrario, può restituire al piacere una maggiore libertà, perché permette di distinguere ciò che scegliamo perché realmente ci piace da ciò di cui abbiamo progressivamente bisogno per non incontrare una parte della nostra esperienza.
La persona Agrimony
Nella
descrizione complessiva di Grecco, la persona AGRIMONY può
presentarsi come ottimista, socievole, gioviale, capace di portare leggerezza
nelle situazioni e sinceramente interessata alla vita e agli altri.
Conoscendola più profondamente può emergere un mondo interno molto più
articolato, nel quale convivono bisogno di approvazione, sensibilità affettiva,
immaginazione, difficoltà a condividere il dolore, ricerca di stimoli e una
notevole capacità di tenere nascosto ciò che realmente preoccupa o tormenta.
Grecco stesso sottolinea che queste caratteristiche non devono essere
considerate come un elenco da ritrovare interamente nella stessa persona, ed è
una precisazione particolarmente importante quando lavoriamo con le tipologie
floreali.
Una
descrizione può infatti aiutarci a riconoscere alcune configurazioni, mentre
perde facilmente valore quando viene utilizzata per dedurre il significato di
un comportamento prima ancora di conoscere la persona. Essere allegri non ci
dice, da solo, se dietro quella allegria esista sofferenza; utilizzare molto
l’umorismo può essere una forma di evitamento e può essere semplicemente uno
stile spontaneo, una risorsa o un modo creativo di attraversare anche le
situazioni difficili. Allo stesso modo, amare la compagnia non implica
necessariamente una difficoltà a stare soli, così come la presenza di una
dipendenza richiede una comprensione molto più ampia e non può essere spiegata
attraverso una singola essenza.
È proprio la
funzione del comportamento, inserita nella storia individuale, a permetterci di
capire meglio ciò che stiamo incontrando. Nel colloquio floriterapico diventa
quindi utile osservare come la persona vive i momenti difficili, quanto riesce
a condividerli, che cosa accade quando sente tristezza o rabbia, come
attraversa i conflitti e quale peso assume la risposta degli altri nella
percezione del proprio valore. Può essere altrettanto importante accorgersi
della distanza che esiste, eventualmente, tra l’immagine sociale e ciò che
viene vissuto quando la persona è sola o si trova con qualcuno con cui non
sente più il bisogno di mantenere un certo ruolo.
A volte
incontriamo persone capaci di parlare molto apertamente dei propri problemi e
tuttavia difficili da raggiungere sul piano emotivo. Raccontano ciò che è
accaduto, descrivono anche episodi dolorosi, scherzano su se stesse e magari
riescono a far ridere chi ascolta; alla fine della conversazione abbiamo la
sensazione di conoscere perfettamente i fatti e molto meno ciò che quei fatti
hanno significato per loro. Il racconto è presente, mentre il vissuto rimane
protetto da una distanza sottile che l’umorismo, la capacità narrativa o la
rapidità con cui si passa oltre contribuiscono a mantenere.
In altre
persone accade qualcosa di completamente diverso. Parlano poco dei propri
problemi perché sono riservate, hanno bisogno di scegliere con cura a chi
affidarsi o preferiscono elaborare prima ciò che sentono; quando decidono di
condividere, però, riescono a essere profondamente presenti e autentiche.
Ancora una volta, la forma esterna ci dice soltanto una parte della storia.
AGRIMONY diventa
quindi particolarmente interessante quando osserviamo il rapporto tra ciò che
la persona vive internamente e ciò che riesce a rendere visibile nella
relazione. Più questa distanza diventa ampia e più energia viene impiegata per
mantenerla, più possiamo chiederci quale funzione svolga quella separazione e
che cosa la persona tema possa accadere se una parte maggiore della propria
esperienza diventasse condivisibile.
Dietro questa
distanza può esserci il desiderio di proteggere gli altri, il timore di
apparire fragili, la convinzione che lamentarsi significhi essere pesanti, la
paura di perdere approvazione oppure una difficoltà più profonda a rimanere
personalmente in contatto con emozioni che per molto tempo sono state tenute
lontane. È proprio qui che una tipologia floreale diventa utile: non perché ci
dica in anticipo chi abbiamo davanti, ma perché ci suggerisce alcune domande
attraverso le quali ascoltarlo con maggiore precisione.
Applicazioni dell’essenza Agrimony
Nelle
sue riflessioni Grecco propone un numero molto ampio di possibili applicazioni
di AGRIMONY includendo
relazioni tormentate, perdita di sé all’interno dei legami, dipendenze,
difficoltà nella comunicazione, negazione della sofferenza e anche diversi
quadri psicologici e fisici. Alcune di queste indicazioni appartengono alla sua
esperienza clinica e al suo modello floriterapico. Mi soffermo intorno ad
alcune aree emozionali, nelle quali il tema AGRIMONY può diventare
riconoscibile.
Una prima
area riguarda la distanza tra ciò che una persona vive interiormente e
l’immagine che sente di dover offrire agli altri. Può accadere che qualcuno
riesca ad apparire sereno, forte e disponibile anche mentre attraversa un
periodo molto difficile, e che proprio questa capacità renda meno evidente il
bisogno di essere aiutato. In questi casi vale la pena osservare se la
discrezione rappresenti una scelta libera oppure se esista la convinzione, più
profonda, che il dolore debba essere gestito da soli per non disturbare,
preoccupare o rischiare di diventare meno accettabili.
Un secondo
territorio riguarda il conflitto. Bach descrive AGRIMONY come una persona
amante della pace e disposta anche a rinunciare molto pur di evitare
discussioni. Una qualità preziosa quando permette di non alimentare tensioni
inutili può diventare più costosa se porta sistematicamente a non esprimere ciò
che disturba, a lasciare questioni irrisolte e a mantenere una tranquillità
esterna sotto la quale continuano ad accumularsi rabbia, delusione o
risentimento. La pace, in questi casi, viene conservata sul piano visibile
mentre internamente la relazione rimane tutt’altro che pacificata.
C’è poi il
tema dell’approvazione. Alcune persone possiedono una grande sensibilità nel
cogliere ciò che gli altri desiderano, apprezzano o si aspettano e possono
adattarsi con estrema facilità ai diversi contesti. Questa capacità relazionale
diventa problematica quando il bisogno di essere accettati porta a modificare
troppo spesso ciò che diciamo, scegliamo e mostriamo, fino al punto in cui
anche i nostri desideri cominciano a diventare poco leggibili. La domanda «che
cosa vuoi tu?» può allora risultare molto più difficile di quanto sembri,
perché per lungo tempo l’attenzione è stata orientata soprattutto verso ciò che
permette di mantenere il legame e l’approvazione.
Un’altra area
importante riguarda la difficoltà a restare in contatto con emozioni
spiacevoli. Alcune persone possiedono una capacità spontanea di spostarsi
rapidamente verso ciò che le fa stare meglio, cercare compagnia, attività,
stimoli, ironia e nuove esperienze, ed è una risorsa che può aiutare ad
attraversare molti momenti difficili. Diventa più faticosa quando ogni emozione
dolorosa deve essere immediatamente sostituita, perché in quel caso viene
progressivamente ridotto lo spazio nel quale tristezza, rabbia, paura o senso
di perdita possono essere riconosciuti e integrati.
Anche le
relazioni tormentate rientrano tra i temi che Grecco associa ad AGRIMONY che
può aiutarci a osservare il ruolo che assumono la paura del conflitto, della
solitudine, della disapprovazione o dell’abbandono nel mantenere una situazione
che continua a produrre sofferenza.
Queste aree
hanno significati diversi e possono comparire singolarmente o intrecciarsi
nella stessa persona. È proprio per questo che il colloquio rimane centrale: il
fiore acquista senso quando viene inserito in una comprensione più ampia del
modo in cui quella persona vive le emozioni, costruisce i legami, affronta il
conflitto e cerca la propria forma di equilibrio.
La domanda
che attraversa AGRIMONY potrebbe allora essere formulata così: quanto spazio
sento di avere per mostrare ciò che provo senza temere che questo metta a
rischio l’amore, l’approvazione o la pace della relazione?
In fondo,
molte delle caratteristiche che abbiamo incontrato nel corso di queste
riflessioni tornano proprio qui. AGRIMONY desidera profondamente la pace e può
cercarla controllando ciò che lascia vedere di sé, riducendo il peso delle
emozioni difficili, alleggerendo ciò che potrebbe creare tensione e proteggendo
gli altri da una sofferenza che preferisce gestire in privato. Questa modalità
può funzionare a lungo e può anche contenere qualità autentiche: sensibilità,
umorismo, attenzione agli altri, capacità di portare luce nei momenti
difficili.
Il problema
emerge quando la pace esterna richiede una distanza sempre maggiore dalla
propria esperienza interna. A quel punto l’armonia ha bisogno di essere
continuamente mantenuta e ogni emozione capace di disturbarla rischia di
diventare qualcosa da nascondere, minimizzare o trasformare prima ancora di
aver avuto il tempo di essere compresa.
La
trasformazione di AGRIMONY può essere pensata proprio come una maggiore
possibilità di includere. Includere la tristezza senza perdere la capacità di
gioire, riconoscere la rabbia senza sentirsi diventare persone aggressive,
attraversare un conflitto senza immaginare che ogni tensione distruggerà il
legame, permettere a qualcuno di vedere la nostra fatica senza sentire che
questo ci rende meno amabili.
La persona
può continuare a sorridere, scherzare, amare la compagnia e portare leggerezza
nelle relazioni, con una differenza importante: non deve più farlo per tenere
al sicuro tutto ciò che sente più difficile. Può permettersi anche un giorno
storto, una risposta meno brillante, un momento nel quale ha bisogno di essere
ascoltata invece di essere quella che fa stare meglio tutti gli altri. Può
scoprire che alcune relazioni sopportano la tristezza, la rabbia, il disaccordo
e persino la delusione, e che proprio questa possibilità rende l’intimità più
reale.
AGRIMONY conserva
così la propria leggerezza, la creatività, l’umorismo e quella capacità
preziosa di portare luce nella vita degli altri; ciò che cambia è la necessità
di utilizzare queste qualità come protezione.
La gioia può
allora tornare a essere davvero gioia, perché accanto a lei hanno finalmente
diritto di esistere anche tutte le altre emozioni.
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La floriterapia è un approccio complementare rivolto alla dimensione emozionale e al benessere della persona e non costituisce una terapia medica o psicologica, né sostituisce diagnosi, cure, psicoterapia o trattamenti prescritti da professionisti sanitari. Le essenze floreali non sono farmaci e le evidenze scientifiche disponibili non consentono attualmente di attribuire ai Fiori di Bach un’efficacia clinica specifica superiore al placebo. Nel mio lavoro la floriterapia viene proposta, quando appropriato, come strumento complementare all’interno di un percorso che tiene distinti l’intervento psicologico e l’utilizzo delle essenze floreali. Qualsiasi modifica o sospensione di farmaci o trattamenti prescritti deve essere valutata con il professionista sanitario che li ha indicati.
La floriterapia è un approccio complementare rivolto alla dimensione emozionale e al benessere della persona e non costituisce una terapia medica o psicologica, né sostituisce diagnosi, cure, psicoterapia o trattamenti prescritti da professionisti sanitari. Le essenze floreali non sono farmaci e le evidenze scientifiche disponibili non consentono attualmente di attribuire ai Fiori di Bach un’efficacia clinica specifica superiore al placebo. Nel mio lavoro la floriterapia viene proposta, quando appropriato, come strumento complementare all’interno di un percorso che tiene distinti l’intervento psicologico e l’utilizzo delle essenze floreali. Qualsiasi modifica o sospensione di farmaci o trattamenti prescritti deve essere valutata con il professionista sanitario che li ha indicati.
